Bisognerebbe dimenticarsi di averla sognata, quando era ancora una ferrovia e molti di coloro che oggi la percorrono a piedi o in bici non erano ancora nati. Una via ferrata estenuante, a binario unico, con le stazioni di snodo per consentire l’alternanza del traffico; un antico e avventuroso tracciato ottocentesco via via rimaneggiato, corretto, snellito, rifilato e infine trasfigurato. Oggi finalmente completato.
Là dove c’era la Genova-Ventimiglia, dove passavano perfino i Trans Europe Express con i denti da squalo sulla carenatura del vagone di testa, così come lenti e dolenti i treni bianchi per la grotta dell’Apparizione nel cuore dei Pirenei, oggi c’è una piccola musica marittima, a disposizione di chi sappia insieme suonarla e ascoltarla. Man mano che si lascia la stazione di Genova Piazza Principe, sorvegliata dal Miramare disegnato da Gino Coppedé e dalla cremagliera di Granarolo che arriva a uno chalet svizzero, riemergono vestigia della linea che fu, donate a podisti e cicloamatori. Avviene innanzitutto tra Arenzano e Varazze, con tratti a balaustrata sul Mediterraneo che qui nella brutta stagione ruggisce impetuoso, caselli trasformati in villette, gallerie scavate nella roccia bruta e così lasciate nel grezzo dell’incisione piranesiana; in una di esse è stata incastonata la sala di un ristorante d’estate. Un altro pezzo, dalla vecchia fabbrica di biciclette di Gepin Olmo a Celle Ligure fino ad
Albisola paese della ceramica, è stato appena riportato in vita. Poi, per riagganciare le scarpette ai pedali, bisogna aspettare la fine della provincia di Savona.
Qua e là, accanto all’Aurelia, certo riaffiorano dai gorghi della dimenticanza brandelli della tratta accantonata dagli affanni della modernità, gallerie otturate da grate metalliche arrugginite, parallele alla via romana come subito dopo il tempio gaudiano naturale di Capo Noli scavato dal sale e dal vento, le centinaia di metri più affascinanti della strada statale numero 1, come recitano sia gli espliciti paracarri di pietra che la toponomastica dei centri abitati che scandiscono il cammino, dove via Roma è sempre il fulcro vitale della viabilità. Ma sono indizi dissonanti, sillabe balbe, timide avvisaglie come i rami di vegetazione sull’acqua scorti dall’Ammiraglio nella navigazione verso il Nuovo Mondo.
Bisogna disporsi a superare Capo Mele, rilievo fastidioso perché tutto al sole, e scendere verso Andora fino alla rotatoria che emula in scala gigante il Trofeo Senza Fine, evocazione dell’arrivo di una tappa del Giro d’Italia 2024, vinta da Johnny Milan. Qui si svolta a sinistra e quindi a destra, passato un ponticello ci si immette alfine nel passato. Sono infatti ormai passati venticinque anni dalla dismissione della linea ferroviaria portata a termine nel 1872.
Un varco nel muretto di contenimento e il ciclista, oppure il podista, entra in quel lungo rettilineo una volta scandito dal ferro, dal legno e dalle pietre, oggi mantecato di un asfalto che a tratti tradirà l’insofferenza delle radici delle piante, ma che permette lo scorrere delle ruote, la scansione dei passi.
Qui, dalla vecchia stazione di Andora – la cui erede in esercizio è molto più a monte come accade a Diano, al capoluogo di Ponente e a Taggia; mentre San Lorenzo, Riva Ligure e Ospedaletti hanno perso la fermata ferroviaria – ci si avvia per una cinquantina scarsa di chilometri, tutti pianeggianti, spesso affollati ma che importa: un piccolo luminescente miracolo di rigenerazione, che ha trasformato la ferrovia più panoramica d’Europa in una palestra di bellezza e perfino raccoglimento. Appena fuori dall’abitato, due alberi sono stati trasformati in sculture d’amore e di danza, ed è un ballo silenzioso, perché qui i motori non sono ammessi, solo il frinire delle ruote libere, il fruscio delle pedalate assorte e complici dello straniamento di chi ogni volta è come se fosse la prima volta.
Questo tratto era stato aperto in primavera e subito percorso dagli amatori fino a Diano, attraverso le gallerie di Capo Mimosa e Capo Torre, per uscire sul mare lungo e calmo, sorvegliato dalla maestosa chiesa di San Giovanni Battista, con la vecchia linea che a quel punto si allontana lievemente dal mare, come per un’esitazione, riavvicinandolo a ridosso della stazione di Diano Marina, località cara ai ciclofili per essere stata la terra di elezione di Felice Gimondi, che in Riviera veniva ad allenarsi negli inverni e che vi aveva conosciuto Tiziana: figlia dell’albergatore che ospitava la sua squadra, futura moglie.
Fino alla metà di giugno, qui occorreva riprendere l’Aurelia e inerpicarsi sulla più aspra delle salite fino a Sanremo: il tratto di Capo Berta, breve ma secco, con un sacrario delle due ruote sull’ultima curva affacciata sul Golfo Dianese, i volti di Girardengo Coppi Bartali e appunto Gimondi sembrano guardare compassionevoli chiunque passi sulla strada, mentre su una lapide sono incisi a lettere di bronzo i nomi dei vincitori della Classicissima.
Da qui, la discesa verso Oneglia. Ma dal primo sabato di estate, lasciando Diano, si intraprende non già il tratto di ferrovia dismessa, che in galleria si addentra nell’oscurità del Berta, ma una strada litoranea rimasta impervia per decenni, perché soggetta di frequente ai marosi e alle frane, ora finalmente messa in sicurezza e resa praticabile, per la rimozione dell’ultima cesura di questa pista finalmente non più discontinua. L’ex “Incompiuta”, definizione schubertiana per una nostalgia dell’inaccaduto che sembrava insuperabile, è diventata “IM-compiuta”, per il gioco della connotazione della città nata cent’anni fa dall’unione della Oneglia dei Natta, degli industriali oleari e dei pastifici, e di Porto Maurizio con la cattedrale sulla rocca.
Quattro chilometri di meraviglia, poi chi vuole rientra nell’ex ferrovia, oppure sceglie l’Aurelia fino al quadrangolo dechirichiano di Piazza Dante col caffè Piccardo di stile torinese, non lontano dalla villa di Charles Adrian Wettach, il circense bernese assurto a fama planetaria come Grock, il clown
più famoso e inquietante della storia, così come inquietante è il suo maniero irto di simboli
massonici e iniziatici.
Superata anche la vecchia stazione di Porto Maurizio e raggiunto l’ex passaggio a livello di Borgo Prino, si intraprendono i 25 chilometri “classici” del tracciato dove un tempo correvano i treni a carbone o a corrente alternata, lasciato adesso ai mezzi in cui passeggero e motore coincidono. La prima stazione dismessa che si incontra è quella di San Lorenzo al Mare, come le altre ancora in cerca d’autore ovvero di un progetto di recupero che le renda funzionali alla crescente utenza, in arrivo da ogni parte d’Europa per l’eccezionale fascino paesistico del percorso. Quindi, imponente e in piena estate uno scampo alla calura, la grande galleria di Cipressa, un chilometro e mezzo di silenzio interrotto dallo stillicidio.
Dopo Santo Stefano al Mare e Riva Ligure ci si addentra ancora per un poco nel tessuto urbano, con il mare un poco distante, quindi la principale opera appositamente realizzata per la ciclovia: il ponte metallico a campata unica sul torrente Argentina, realizzato previa demolizione del
vecchio manufatto in cemento e mattoni poco idoneo a lasciar fluire le piene del corso d’acqua.
Passata anche la breve galleria di Bussana, ecco la lieve discesa verso la Città dei Fiori, dove nel giro di pochi metri coesistono Via Roma dove si concludono i trecento chilometri della Milano-Sanremo, la casa da gioco e il Teatro Ariston che calamita ogni inverno milioni di televisori per una settimana di Festival. Ma la ciclabile ignora tutto questo, corre accanto alla vecchia stazione dove l’ex scalo merci è adesso la sede del Club Tenco.
Verso Ponente c’è la “Walk of Fame” dei corridori, mentre quella dei cantanti è in via Matteotti, nei pressi della statua di Mike Bongiorno. Poi, quasi a conclusione, la Galleria di Capo Nero, la più lunga del percorso, 1 km e 750 metri, trasformata in un museo del ciclismo: sotto la volta, campeggiano cartelli a mezzaluna che riassumono l’epopea della corsa più famosa e prestigiosa del ciclismo mondiale, conquistata da quasi tutti i maggiori campioni della storia, con Eddy Merckx primatista forse irraggiungibile con le sue sette vittorie. Si pedala, o si cammina, sotto la Storia come se si passasse nella navata centrale di una cattedrale.
Quasi ci si duole di arrivare, oltre la galleria, sullo slargo asfaltato della vecchia stazione di Ospedaletti Ligure, la più abbandonata di tutte, nel golfo che nasconde gli ultimi palpiti dell’Italia di oggi: Bordighera, Vallecrosia, Ventimiglia. Ma per giungerci, alla città di confine, bisogna uscire dalla pista e rientrare sull’Aurelia; e alla conclusione del percorso protetto c’è qualcosa di molto simile ai respingenti, che indicano la fine dei binari nelle stazioni di testa come Milano Centrale. Qualcuno arriva fin qui e torna indietro, altri si arrendono all’inevitabile fatica e raggiungono la prima stazione, che sia Bordighera o Ventimiglia, oppure la nuova fermata di Sanremo, un tunnel scavato nella montagna con una galleria pedonale di accesso di quattrocento metri. E ogni volta che si scende dalla bici, che si finisce la camminata, si ha la sensazione di essere usciti da un sogno sul mare, con il solo desiderio di ritornarvi, a scoprire qualche scampolo rimasto ancora nascosto di tanta abbacinazione.
21 agosto 2026
17 agosto 2026