Il paesaggio, la storia, la musica, l’arte, l’architettura, la guerra e la pace, la fede: ci sono tutti, questi ingredienti che fanno dell’Italia quello che è in un luogo riconquistato al pubblico nel suo aspetto originario. Il Castello Ruspoli di Vignanello, nella Tuscia, tra Viterbo e Roma, si rilancia restituendo alle persone, a tutti noi, la sua vicenda: il posto passato di mano dagli Orsini agli Sforza e infine ai Ruspoli, dinastie nobiliari che hanno scritto per l’Italia snodi storici e artistici.
Perché adesso al maniero si aggiungono – al giardino all’italiana, alle stanze blasonate dove troneggiano armature e mobili preziosi, salottini e soffitti affrescati, ceselli e trompe l’oeil – l’ingresso originario e la spettacolare gradinata affacciata sui giardini pensili, corrispondenti alla facciata meridionale del castello, interrotti negli anni Trenta del Novecento dal passaggio della linea ferroviaria Roma-Viterbo ancora oggi in uso. La famiglia Ruspoli possiede dal Seicento la dimora, che domina un integro borgo, e non l’ha mai alterata, anzi l’ha protetta e valorizzata. Dalla metà del Novecento, poi, l’ha vivacizzata l’arrivo dalla Capitale del suo principe, quel Lillio Sforza Ruspoli che fu magister elegantiarum animato di passione civile e politica per la sua città. E lo hanno conservato con dedizione le figlie Giada e Claudia, quest’ultima oggi genius loci di Vignanello perché sua e del nipote Paulo Misasi Ruspoli la volontà di recuperare il prospetto abbandonato, detto il Barchetto, restituendo alla comunità la prospettiva che il complesso presentava nel 1600. Operazione non facile, unita a una serie di interventi sul parco, e resa possibile grazie ai Fondi PNRR Parchi e
Giardini e all’impegno dell’architetto del verde Luciano Giubilei.
Lo sguardo al passato e la restituzione all’oggi – con visite guidate nei fine settimana – non dimenticano un personaggio e una tappa fondamentale della storia di Vignanello: qui dimorò per alcuni mesi Georg Friedrich Haendel, qui il compositore barocco scrisse alcune tra le
opere più famose (come “Diana cacciatrice”) aggirandosi nei saloni, passeggiando nel parterre di bosso, provando e riprovando nell’odierno salone del pianoforte. Succedeva nell’estate del 1707, per tre mesi, e nelle settimane successive fu continuo l’andirivieni con Roma insieme al marchese Francesco Maria Marescotti Ruspoli, suo mecenate. L’atmosfera di quei giorni, col risuonare di note sublimi, si ricrea a luglio, facendo tornare il castello residenza d’artista, e stavolta mecenate è Claudia Ruspoli: il quartetto EOS, formatosi presso il Conservatorio di Santa Cecilia, è ospitato per quattro giorni nelle antiche stanze e si esibisce l’11 luglio, al tramonto, in un concerto a ingresso gratuito sulla terrazza del castello, salotto musicale a cielo aperto tra grandi piante d’ortensie e la vista che spazia dal giardino all’italiana ai recuperati terrazzamenti.
Ma tanto altro racconta l’interno della dimora. Perché è un complesso particolare, quello di Vignanello. Severo e aggraziato insieme. Intorno all’anno Mille era un convento, prima ancora una fortezza. Addirittura, quando papa Paolo III Farnese lo donò alla nipote Beatrice – nel 1531 – la fortunata lo risistemò ancora come fortezza, chiamando fior di architetti, il Sangallo e il Vignola. Un maniero appartato, elegante ma senza fronzoli. Fiero del «più bel parterre d’Italia», ha scritto Georgina Masson su “Italian Gardens”. Negli ambienti palpita ancora fieramente la vicenda della famiglia. Una gloriosa stirpe romana, che ha dato alla Storia papi ed eroi, i Ruspoli. Con origini che s’innestano nel più cortese e guerriero medioevo, perché hanno inglobato i discendenti di Marius Lo Scoto, lo scozzese chiamato da Carlo Magno a combattere in Spagna, in Francia, in Italia.
Giada Ruspoli ha dato vita al Premio di musica barocca intitolato all’avo mecenate Francesco Maria. E ricorda spesso che «qui è la casa madre della famiglia. In questo castello gli ideali di tutti confluiscono, dai garibaldini ai fedelissimi del Papa, dagli eroi nelle guerre Savoia ai
santi».
Proprio così, i santi. Nel salone con fregio di affreschi monocromi e soffitto a rosette di legno intagliato, all’ombra dei merli che coronano l’edificio circondato da uno stretto fossato munito di due ponti levatoi, nell’austera stanza d’armi attigua all’atrio scuro e maestoso, nelle quattro sale al piano nobile, si aggirò l’infanta Clara. Era il Seicento, sognava di andar sposa ad acconcio nobile giovane, un Capizucchi. Ma era appunto il Seicento e per lei i genitori – Ortensia Farnese Orsini, che impiantò il giardino all’italiana, e Marcoantonio Marescotti – vollero un altro destino. All’altare andò la sorella, Clara in convento. Ci visse dieci anni, da nobildonna. Poi venne la vocazione, prese il velo e il nome di Giacinta nel monastero di
clausura di San Bernardino, a Viterbo. E visse al contrario della monaca di Monza di manzoniana memoria. Tutti i suoi anni li spese ad alleviare le pene degli emarginati, dei diseredati. Pio VII la fece santa nel 1807, la stanza dove morì è un tempio per le francescane di Viterbo.
A Vignanello la cappella di famiglia espone il saio di Giacinta. Al piano di sopra l’aura è diversa. Un clavicembalo campeggia nel salone e rimanda a Francesco Maria Ruspoli, fatto principe nel 1709 dopo aver inviato al Papa, Clemente XI, un esercito di settecento uomini per difenderlo dagli austriaci, che infatti furono respinti nella battaglia di Ferrara. Amava la musica. Fondò a Roma l’Arcadia, a Vignanello ospitò, oltre a Haendel, Domenico Scarlatti.
Nel salone per tradizione secolare si fa musica. Nella sala attigua campeggiano i ritratti degli avi: tra i quali anche i due eroi della Repubblica, Costantino e Marescotti, morti nel 1942 ad El Alamein con altri settemila della Brigata Folgore. Un groviglio di memorie abbracciato da tutte le sfumature di verde del paesaggio.
21 agosto 2026
17 agosto 2026