Uno era stato portato ai confini del mondo affinché non potesse mai più rivederlo, l’altro aveva scelto di isolarsi dal mondo ma con la possibilità di tornarci. Epoche diverse, ideali diversi, percorso di vita diverso, ambedue condottieri universalmente noti, Napoleone Bonaparte e Giuseppe Garibaldi hanno un riferimento comune: l’isola. L’imperatore dei francesi la subì come punizione, il generale in camicia rossa la elesse a suo buen retiro.
L’Elba, Sant’Elena e Caprera devono moltissimo della loro fama al fatto di essere state lo scenario dove si mossero due personaggi che la storia l’hanno scritta nel segno di Marte. Usavano la sciabola sui campi di battaglia per la grandezza della Francia e per l’unità d’Italia, ma mentre il còrso inseguiva le lusinghe della gloria il nizzardo non disdegnava la zappa e la vanga per strappare alla terra il frutto delle sue fatiche.
Napoleone aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, l’aveva ridisegnata sulla punta delle baionette francesi, aveva terrorizzato i regnanti che spesso aveva sostituito con i familiari e sconvolto l’ordine precostituito a colpi di eclatanti vittorie. Fino al disastro della campagna di Russia nel 1812 e la sconfitta a Lipsia nell’ottobre 1813 in quella che fu chiamata la battaglia delle nazioni. Inghilterra, Prussia, Russia, Austria, battuto l’invincibile generale, avrebbero potuto giustiziarlo e chiudere per sempre quella lunga parentesi bellica, ma non intesero farne un martire alimentando il culto
nostalgico e revanscista della grandeur della Francia imperiale.
D’accordo con lui, accettarono col trattato di Fontainebleau di concedergli la sovranità sull’isola d’Elba purché accettasse di abdicare e ritirarsi a vita privata. Da generale provetto, a Napoleone non sfuggiva la strategicità di quella collocazione, degna del suo rango acquisito, e tutto sommato vicina alla Francia per cui non si poteva escludere un ritorno di fiamma. Per gli Alleati, invece, l’Elba era un posto fuori dai grandi circuiti e facile da controllare dal mare. Un’isola che rispondeva alle opposte esigenze di non essere troppo lontana dai richiami del potere, ma neppure troppo contigua. Per l’Inghilterra l’importante era che Napoleone non si mettesse a capo di un nuovo esercito: regnasse pure in quel piccolo e sperduto posto tra Italia e Francia, lui che aveva dominato l’intera Europa, e si accontentasse di questo. Sembrò che l’imperatore si fosse rassegnato a quel ruolo enormemente depotenziato, e per dieci mesi se ne stette tranquillo e operativo come un normale signorotto nel suo feudo privato. Finché un lampo lo riportò per cento giorni a essere davvero Napoleone e a cercare di invertire il corso della storia. Arriverà a un soffio dallo sgominare i suoi acerrimi nemici guidati dall’irriducibile Inghilterra, a Waterloo nel 1815, ma il destino deciderà per lui oltre le strategie e i colpi di genio. La quasi vittoria, con l’arrivo dei prussiani di Blücher che se lo avesse catturato l’avrebbe passato per le armi, si tramutò all’improvviso in sconfitta definitiva. Nel suo orizzonte non ci sarebbe più stato il Tirreno della rasserenante Elba, ma le acque dell’oceano
Atlantico della sperduta Sant’Elena. Stavolta gli inglesi non gli avevano fatto sconti. Da lì non sarebbe più potuto fuggire. Duemila chilometri lo separavano dall’Africa, tremila dall’America del sud. A Sant’Elena era davvero relegato, davvero isolato da quel mondo che aveva sognato
di conquistare con la forza dell’esercito, la forza delle idee e la forza dei codici che da lui prendevano il nome. Lì non era sovrano di niente e di nessuno. Sant’Elena era territorio britannico, il perimetro era incrociato da navi da guerra, nessuno poteva violare quel controllo continuo e costante. Napoleone si poteva muovere ma era prigioniero, per quanto di lusso e trattato con tutti i riguardi. Il contatto con il passato di gloria era attraverso i ricordi, con la stesura delle memorie che lo rievocava.
Non avrebbe mai più rivisto la natìa Corsica, perché lui comunque era nato isolano; non sarebbe mai tornato nella Francia che aveva fatto grande, potente e temuta nel continente come mai nessuno prima e dopo di lui. I sei anni che trascorse a Sant’Elena non appanneranno quello che aveva fatto e neppure il suo ruolo della storia. E lì, in mezzo all’oceano delle emozioni passate, il 5 maggio 1821 spirò. Garibaldi non era un isolano come Napoleone, non aveva frequentato la scuola militare come il piccolo còrso, aveva più dimestichezza con le scorrerie che con le artiglierie, e dava il meglio di sé con la guerriglia invece che con i grandi piani tattici e strategici, ma come lui davanti agli occhi aveva sempre il mare e la terra alle spalle. Era un uomo che conosceva uno stretto legame con la Natura, e tra una campagna militare e l’altra scelse di coltivare la terra, come un Cincinnato dell’era moderna.
Trovò il suo luogo dell’anima nella piccola Caprera, nell’arcipelago della Maddalena, che era aspra e non dolce, sassosa e non morbida, da
domare come una cavalla selvaggia che non accetta il morso del suo padrone. Quel lembo staccato della Sardegna gli ricordava i paesaggi del Sud America, dove aveva trovato l’amore della vita, Anita, e non l’Italia al cui servizio aveva messo la spada e che l’aveva ripagato spesso con amarezze. Caprera divenne dal 1856 la sua residenza fissa in una vita errabonda e pericolosa, da irregolare, da generale nominato dalle sue truppe in camicia rossa come facevano i legionari romani quando si sceglievano l’imperatore. Ma lui la grandezza, gli onori, le prebende e i titoli li scansava. Accettava come doni sacchi di sementi per risvegliare la fecondità della terra e quando chiesero all’uomo più famoso d’Italia ed Eroe dei due mondi quale fosse la sua professione, non ebbe neppure un attimo di esitazione a dichiararsi agricoltore.
Caprera la modellò ai suoi desideri, come uno scultore con la creta. Sull’isola non si sentiva affatto isolato e il continente non gli mancava, se non quando c’era una battaglia da combattere perché ci credeva. La sua soddisfazione stava nel veder fiorire gli alberi da frutto e crescere le verdure e le piante da lui stesso messe a dimora. A Caprera aspirava l’aria di mare che sapeva di sale e si sentiva del tutto libero. La solitudine era relativa, la tranquillità totale, i ritmi della vita quelli imposti dalla Natura, e il mondo tutt’attorno era come se non esistesse.
A Caprera l’unica cosa che non poteva piegare alle sue aspirazioni era la vecchiaia. Le ferite in battaglia, i reumatismi, gli acciacchi del tempo segnarono gli anni del declino, quando la spada era stata definitivamente rinfoderata, nella casa che lui stesso aveva voluto così com’era. Aveva scelto anche come congedarsi da una vita intensa che pareva scritta da un romanziere: quando non poteva più muoversi, fece sistemare il letto in modo che potesse vedere in qualsiasi momento il mare, affidandosi al tremolio rassicurante del riverbero alla luce del sole e della luna. L’ultimo sguardo dall’isola verso l’infinito.
8 giugno 2026
8 giugno 2026