AGI - C’è un momento preciso, tra giugno e settembre, in cui Roma sembra rallentare solo in superficie. Le strade si svuotano, le giornate si dilatano, ma intanto, quasi sottotraccia, prende forma un’altra città, quella della musica dal vivo. È qui che il Roma Summer Fest torna a occupare il suo spazio, facendo dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone uno dei punti di convergenza più vivi dell’estate europea.
L’edizione 2026 si muove lungo una traiettoria ormai riconoscibile, grazie alla sua ampia trasversalità che abbraccia un multiforme panorama di generi e artisti. Più di settanta appuntamenti distribuiti in oltre due mesi; non sono solo una questione di numeri, ma il segno di un progetto che continua a crescere per accumulo, intrecciando linguaggi e pubblici diversi. Il cuore resta la Cavea, con le sue serate dense e collettive, ma il festival si espande anche alla Sala Santa Cecilia e alla Casa del Jazz, disegnando una geografia più articolata, fatta di passaggi e contaminazioni.
Si comincia il 13 giugno, con Serena Brancale, una scelta che sembra già dichiarare l’intenzione di attraversare i generi senza rigidità: jazz, soul ed elettronica che convivono in una forma personale, contemporanea. A chiudere, il 12 e 13 settembre, sarà invece il ritorno di Dissonanze, in una nuova fase che guarda apertamente alla scena elettronica globale. Tra i nomi annunciati, Björk in formato dj set e Peggy Gou. Due estremi che raccontano bene lo spettro entro cui si muove tutto il festival.
Nel mezzo, Roma si lascia attraversare. Alcune date emergono quasi naturalmente, come punti di condensazione dell’attenzione. Il 29 giugno il ritorno di Ben Harper & The Innocent Criminals riporta in Cavea una delle scritture più riconoscibili della musica americana, mentre il 2 luglio John Legend costruisce una serata più raccolta, fatta di canzoni e narrazione personale. Poco dopo, tra il 6 e il 7 luglio, arrivano prima Anastacia e poi gli Europe, in un passaggio che riattiva memorie diverse del pop e del rock internazionale. Ci sono poi concerti che funzionano quasi da snodi simbolici.
Le quattro serate di Ludovico Einaudi, dal 19 al 22 giugno, promettono una dimensione immersiva, sospesa, che negli anni è diventata una sorta di rituale per il pubblico della Cavea. Il 1° luglio, invece, Danny Elfman porta con sé un immaginario visivo prima ancora che musicale, ripercorrendo le colonne sonore dei film di Tim Burton e trasformando il concerto in un’esperienza narrativa. Più avanti, il 24 agosto, sarà la volta di Djo, progetto musicale di Joe Keery: un passaggio interessante, perché incrocia musica e cultura pop globale, portando dentro il festival un pubblico diverso.
Non mancano i momenti più ad alta intensità. Il 14 luglio arriva Marilyn Manson, figura che continua a dividere, ma anche a catalizzare attenzione. Il 21 luglio i Kool & The Gang spostano invece il registro su un terreno più festivo e condiviso, mentre il 9 settembre i Judas Priest chiudono in chiave metal una delle traiettorie possibili del cartellone. Accanto a questi picchi, scorre una linea più continua e forse altrettanto significativa: quella del jazz internazionale, che qui trova uno spazio non accessorio ma centrale. Il 29 giugno Stefano Bollani apre con la sua consueta libertà di movimento, seguito il 5 luglio da Pat Metheny, uno dei riferimenti più solidi della scena globale.
A metà mese arrivano Diana Krall (15 luglio) e Marcus Miller (20 luglio), mentre il 25 luglio la voce di Gregory Porter riporta tutto a una dimensione più calda, quasi raccolta, anche in un contesto di grande scala. Parallelamente, la musica italiana costruisce un racconto che tiene insieme generazioni diverse. Niccolò Fabi, il 15 giugno, inaugura questo percorso con un concerto che mette al centro la scrittura e la relazione con il pubblico. Il 12 luglio i Subsonica riportano la loro tensione tra elettronica e rock, mentre il 31 luglio Elio e le Storie Tese continuano a occupare uno spazio difficilmente classificabile, tra tecnica e ironia. Ci sono poi progetti che lavorano sulla memoria: Alice, il 26 luglio, rende omaggio a Franco Battiato, e Fiorella Mannoia, il 4 e 5 settembre, attraversa il repertorio di De André e Fossati. Più avanti, il 7 settembre, arriva Levante, mentre il 10 e 11 settembre il ritorno de I Cani intercetta una delle attese più forti del pubblico più giovane.
E proprio alle nuove traiettorie il festival dedica una parte sempre più ampia. Il 28 giugno Mac DeMarco porta il suo universo lo-fi, seguito dal 30 giugno da Devendra Banhart, in un passaggio che conserva un’idea di indie internazionale ormai stratificata. Sul versante italiano emergono nomi come Bresh (10 luglio), Frah Quintale (19 luglio), Capo Plaza (29 luglio), fino a Il Tre (6 settembre) e Tony Boy (8 settembre), segnando la presenza sempre più evidente dell’area urban e pop contemporanea. In questo continuo slittamento di linguaggi, anche gli eventi non strettamente musicali trovano spazio senza apparire accessori.
Tra giugno e settembre passano all’Auditorium figure come Maurizio Battista, Stefano Nazzi, Paolo Ruffini, Max Giusti, fino agli interventi più riflessivi di Massimo Recalcati e Pablo Trincia. È un altro modo di abitare il festival, che amplia il perimetro senza disperderlo. Forse è proprio qui che il Roma Summer Fest continua a trovare la sua forma, non tanto nella somma dei nomi, quanto nella capacità di costruire una continuità, sera dopo sera. I dati raccontano di un pubblico sempre più giovane e internazionale, ma è nell’esperienza complessiva che il festival si riconosce davvero. Perché, a guardarlo da vicino, non è solo una sequenza di concerti. È un modo – ormai consolidato – di attraversare l’estate romana, lasciando che la musica diventi, per qualche settimana, il ritmo dominante della città.
25 maggio 2026
22 maggio 2026