Perché i frammenti continuano a esercitare un fascino così profondo? Cosa ci spinge a soffermarci davanti a una statua mutila, a una testa spezzata, a un corpo segnato dalla violenza o dal tempo? Da sempre la rottura accompagna la storia delle opere d’arte. Il tempo, gli eventi naturali, le guerre, l’iconoclastia, la devozione, il riuso e persino la creazione artistica hanno trasformato opere nate come unità compiute in oggetti frammentari, capaci tuttavia di conservare – e talvolta accrescere – la propria forza espressiva.
Mettendo in dialogo secoli e contesti culturali diversi, la mostra si sviluppa in sezioni tematiche che indagano il frammento come fenomeno storico, culturale e simbolico, esplorando le molteplici vite di opere che ci permettono di interrogarci sul rapporto tra distruzione e memoria, perdita e immaginazione, assenza e sopravvivenza. Il frammento emerge così come una forma autonoma di conoscenza: una presenza che custodisce le tracce del tempo e, nelle sue lacune, continua a evocare il passato e a interrogare il presente.
Apre la mostra un’ampia sezione dedicata alla forza evocativa del frammento, con un avvio di grande impatto: i resti del Monumento funebre a Margherita di Brabante (1312-1314), che restituiscono la potenza e l’innovazione della composizione concepita dal grande maestro della scultura italiana Giovanni Pisano. Segue una serie di volti frammentari provenienti da complessi scultorei di varie epoche e aree geografiche, tra cui il celebre frammento con naso e labbra di Akhenaton (circa 1350 a.C.) dal Metropolitan Museum di New York, una protome etrusca del VI secolo a.C. dal Museo di Villa Giulia di Roma, una testa della dea Afrodite del II secolo a.C. dal Museo dell’Acropoli di Atene, un raro frammento di scultura buddista in bronzo del Vietnam dell’VIII secolo dal Museo Guimet di Parigi.
La sala successiva prende in esame il modo in cui i corpi frammentati sono stati esposti, raccolti o occultati: da uno dei “Giganti di Mont’e Prama” (900-700 a.C.) espressione della civiltà nuragica, al Torso di Livorno del I secolo a.C. dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, fino alla cosiddetta Donna scarificata del 200 d.C. circa, celebre reperto dalla zona archeologica di Tamtoc in Messico.
L’esposizione prosegue con i temi dell’iconoclastia e della damnatio memoriae, pratiche di distruzione o alterazione di immagini o oggetti per fini politici e religiosi. Fulcro della sala sono i resti di uno dei più antichi monumenti equestri in bronzo conosciuti dall’Agorà di Atene (320-270 a.C. circa), abbattuto nel 200 a.C. in uno dei primi casi di distruzione a fini politici. A questo si affiancano testimonianze emblematiche dei vandalismi (termine nato proprio nel 1794 in questo contesto) della Rivoluzione francese come il piede della grande scultura equestre di Luigi XIV e la mano destra del monumento a Luigi XV in prestito dal Museo del Louvre. Altro esempio di iconoclastia e il frammento della statua, un tempo monumentale, della dea azteca Coatlicue che si ritiene sia stata distrutta dagli spagnoli nel XVI secolo, e oggi conservata al Museo Nacional de Antropologia di Città del Messico. Chiude la sala un busto di Mussolini di Adolfo Wildt (1923) che si presenta perforato da colpi inferti dai partigiani dopo la Liberazione.
La sezione successiva è incentrata sugli esiti delle guerre e del colonialismo che hanno danneggiato o alterato opere dall'antichità al Novecento. Tra le protagoniste due opere di musei berlinesi gravemente danneggiate durante la Seconda guerra mondiale: una figura femminile neoittita (X-IX secolo a.C.), rinvenuta a Tell Halaf in Siria, e la cosiddetta Pietà di Praga (1380 circa), scultura gotica di cui restano solo le teste di Cristo e della Vergine. A queste si affiancano 4 due suggestive teste in gesso di Antonio Canova dalla Gypsotheca di Possagno, colpite dai bombardamenti durante la Prima guerra mondiale, che testimoniano in modo drammatico le ferite inflitte dai conflitti al patrimonio artistico. Una Testa di Budda, prelevata dagli inglesi nel 1814 dal tempio di Borobudur sull’isola di Giava, testimonia la tendenza delle potenze coloniali occidentali a frammentare e appropriarsi del patrimonio artistico e culturale in tutto il mondo.
Altra sezione della mostra è dedicata alle forze naturali. Alcune opere si sono consumate lentamente nel tempo, come la statua del Ragazzo accovacciato (inizi del I secolo a.C., dal Museo Archeologico Nazionale di Atene), recuperata durante il famoso ritrovamento del relitto di Anticitera nel 1900: la parte protetta dalla sabbia si e mantenuta, mentre quella esposta all’acqua marina e stata corrosa nel corso di due millenni. Altre sono invece segnate da calamità come l’alluvione di Firenze del 1966, che ha lasciato un segno profondo nella città e sul suo patrimonio artistico. In questo contesto si presenta un Cristo portacroce di uno scultore toscano trequattrocentesco proveniente dal Museo di San Marco: pur restaurato, conserva ancora le tracce di quell’evento.
Il percorso affronta poi il concetto delle ricomposizioni e il rapporto tra frammento e ricostruzione. La Fanciulla africana del Museo Archeologico Nazionale di Firenze è il raffinato risultato di un intervento rinascimentale che ha integrato una testa ellenistica in bronzo su un corpo realizzato nel Cinquecento. L’opera testimonia il gusto per la reinvenzione dell’antico: il frammento non e solo una traccia del passato, ma la base per una nuova creazione che non risponde a un criterio di restauro, bensì a una logica estetica e concettuale capace di trasformarlo in un’opera autonoma, dotata di una nuova identità. Un approccio che si ritrova anche nelle pratiche dell’assemblaggio di artisti contemporanei come Francesco Vezzoli che in The Swan (2023) unisce una testa ritratto romana del II secolo d.C. a un busto tardo rinascimentale.
A partire dal suggestivo confronto con opere entrate nell’immaginario collettivo, come la celebre Mano destra di una statua colossale, tradizionalmente associata a Costantino del I-IV secolo d.C, proveniente dai Musei Capitolini, l’attenzione si sposta sugli artisti moderni che, a cominciare da Michelangelo, adottano il frammento come linguaggio autonomo e non più come semplice esito di una perdita.
Con Auguste Rodin e Medardo Rosso questa ricerca assume un ruolo centrale: la “figura parziale” non è mutilazione ma intensificazione espressiva, in cui il corpo viene ridotto agli elementi essenziali per sprigionare movimento e vitalità. Una logica che artisti come Alberto Giacometti e Alina Szapocznikow svilupperanno ulteriormente, trasformando il corpo frammentato in un campo di sperimentazione formale, simbolica e politica soprattutto in relazione alle crisi del XX secolo, fino ad arrivare ad artisti del dopoguerra e di oggi, che fanno del frammento un paradigma simbolico della propria ricerca come Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Paul Pfeiffer, Villar Rojas e Danh Vo.
21 settembre 2026