Rothko e Firenze, quando il colore diventa emozione e architettura
Mark Rothko torna in Italia con una delle più ampie retrospettive mai dedicate al maestro dell’arte moderna. Fino al 23 agosto 2026, Palazzo Strozzi, a Firenze, ripercorre l’avventura creativa di un artista che ha trasformato il colore in linguaggio emotivo e spazio mentale, costruendo un ponte inatteso tra l’avanguardia americana e la tradizione rinascimentale. Rothko a Firenze mette in scena questo dialogo profondo, raccontando come la città, con le sue architetture, i suoi maestri e la sua storia, abbia lasciato un segno duraturo nella sua ricerca. Un progetto unico, curato da Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, che mette in dialogo il maestro dell’arte moderna con una città che lo ha profondamente segnato, in un racconto immersivo che intreccia pittura, architettura e spiritualità.
Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Mark Rothko, dagli esordi figurativi degli anni Trenta agli ultimi lavori, restituendo l’evoluzione di un artista che ha trasformato il colore in esperienza emotiva. Le prime opere rivelano un Rothko ancora legato alle simbologie dell’Espressionismo e del Surrealismo, ma già capace di intrecciare suggestioni rinascimentali, come in Interior (1936), dove l’eco della Sagrestia Nuova di Michelangelo anticipa il legame con Firenze. Poi la forma si dissolve: negli anni Quaranta emergono i Multiforms, campi di colore in sospensione che conducono alla piena maturità degli anni Cinquanta e Sessanta. Qui la luce diventa il vero soggetto della pittura, in tele come No. 3 / No. 13 (1949) e Untitled (1952–53), vibranti di un’intensità meditativa quasi fisica.
Il progetto si estende oltre Palazzo Strozzi, coinvolgendo due luoghi che segnarono profondamente l’artista durante i viaggi del 1950 e del 1966: il Museo di San Marco e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. A San Marco, la spiritualità essenziale del Beato Angelico trova risonanza in cinque opere di Rothko, mentre nella Laurenziana due dipinti rispondono alla forza architettonica di Michelangelo, che influenzò direttamente la concezione dei Seagram Murals. Il dialogo tra Rothko e il Quattrocento italiano non è un semplice rimando formale: entrambi cercano un varco tra il terreno e il trascendente. Se Angelico evoca il divino attraverso la quiete, Rothko costruisce spazi cromatici che invitano alla contemplazione, sospesi tra rigore e vibrazione interiore. Come ricorda il figlio Christopher: «Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava». Per Elena Geuna, «a Firenze Rothko scopre una tradizione in cui pittura e architettura convergono nella contemplazione».
Il percorso si chiude con i Black and Gray (1969–70) e con le ultime opere su carta, dominate da toni più tenui, quasi un epilogo di introspezione e misura. È una stagione più quieta, che sembra cercare un equilibrio dopo anni di tensione creativa. «Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in spazio e meditazione», afferma Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi. Le oltre 70 opere in mostra, molte mai esposte in Italia e provenienti da musei come MoMA, Met, Tate, Pompidou e National Gallery of Art, restituiscono tutta la forza di un artista che ha cambiato il nostro modo di percepire la luce.
13 marzo 2026
13 marzo 2026