Non c’è bisogno di ricordare quanto Giuliana De Sio sia una delle attrici più intense ed eclettiche del panorama artistico italiano. Basta vederla entrare in scena, o lasciarle il tempo di abitare un’inquadratura. Eppure, nonostante una carriera costellata da riconoscimenti e benedetta dai consensi di critica e pubblico, oggi confessa che il teatro la terrorizza. Un paradosso solo in apparenza: è proprio da quella fragilità che sembra nascere la sua forza più autentica. Dal novembre scorso veste i panni scomodi e affascinanti di Irina Nikolaevna Arkadina, attrice affermata, egocentrica e anaffettiva, protagonista de Il gabbiano di Anton Čechov, per la regia di Filippo Dini, dal 7 al 18 gennaio al Teatro Argentina di Roma. Lo spettacolo è una produzione del Teatro Stabile del Veneto, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino, il Teatro di Roma, il Teatro Stabile di Bolzano e il Teatro di Napoli.
Come sta e come sta affrontando questa nuova tournée teatrale?
Io sto bene, ma il teatro resta un’esperienza durissima. Molto più di quanto si immagini guardando da fuori. Chi non fa questo mestiere non ha idea di cosa significhi tenere in piedi uno spettacolo per cinque mesi, attraversare l’Italia, cambiare città ogni due giorni, viaggiare continuamente e poi, la sera, salire sul palco e dare tutto per un personaggio che ti richiede così tanto. È una condizione estrema. Eduardo De Filippo diceva che a teatro servono tre cose: la salute, la salute e la salute. E aveva ragione. Senza quella – fisica e mentale – non ce la puoi fare.
La scelta di affrontare Il gabbiano nasce anche da una promessa fatta a Filippo Dini, dopo l’interruzione di Agosto a Osage County.
Sì, quello spettacolo è rimasto come un vestito tolto di forza. Un distacco doloroso, per tutti. Adoravo il personaggio di Violet, me lo sentivo addosso come una seconda pelle. Una ferita. Così dissi a Filippo: “La prima cosa che farai dopo, la farai con me”. Ce lo promettemmo. Per mesi nulla, finché un giorno mi annunciò che avrebbe voluto fare Čechov. Sul palcoscenico non avevo mai affrontato i classici; li avevo attraversati in televisione, sì, ma a teatro avevo sempre scelto drammaturgie più moderne. All’inizio dissi: “Oddio, Čechov…”. Poi ho pensato che seguire un regista come Filippo è un privilegio raro. E ho detto sì.
Ha definito il suo personaggio, Irina Arkadina, una “stronza” che però le ha reso più umana.
In un certo senso è vero: le mie “stronze” non lo sono mai fino in fondo. Sulla carta, Irina Arkadina lo è eccome, ed è proprio per questo che tutte le grandi attrici del mondo desiderano interpretarla. Affrontare personaggi storti, scomodi, cattivi è più esaltante: sono divertenti, mobili, imprevedibili. Io tendo sempre a introdurre in questi caratteri uno scarto, una piccola indulgenza che non assolve ma complica. Cerco la crepa, il punto in cui il personaggio, anche solo per un istante, si guarda allo specchio e prova un certo raccapriccio di sé. Non è pentimento, non è redenzione: è consapevolezza. Il momento in cui capisce di essere prigioniero dei propri difetti, dei propri limiti, delle proprie mancanze. E ne soffre.
Del resto, la sua carriera è costellata di personaggi “deviati”.
Ho interpretato infanticide, mostri, imperdonabili, eppure il pubblico mi è sempre venuto dietro. Non so esattamente come accada, ma accade. Forse perché, attraversandoli, cerco sempre di restituire il fatto che anche loro sono vittime di sé stessi. Non li giustifico, ma li espongo. Li lascio nudi, senza alibi, con il peso delle loro contraddizioni addosso. Ho persino fatto un film che si intitolava Cattiva, di Carlo Lizzani, per il quale ho vinto il David di Donatello. Anche lì, dentro un personaggio “malvagio” sulla carta, ho cercato qualcosa di fragile, una zona opaca, il punto in cui l’essere umano non riesce più a mentire del tutto a sé stesso.
Anche Arkadina, quindi, non è solo un mostro egoista.
No. Čechov la descrive come anaffettiva, egocentrica, avara, incapace di vedere il dolore degli altri – soprattutto quello del figlio Kostantin, che brama disperatamente il suo amore. C’è un momento in cui le chiedono dei soldi: lei li ha, ma non vuole darli, e allora scoppia a piangere come una bambina. Piange davvero. È patetica. Ed è proprio lì che smette di essere solo odiosa e diventa umana: una donna non cresciuta, emotivamente bloccata.
Lei sembra avere una profonda pietà per i suoi personaggi. Crede che esistano persone cattive?
Non credo alla cattiveria come essenza. Esistono persone devastate dalla vita, rotte, con storie atroci alle spalle che pesano come macigni. Anche dietro agli atti più imperdonabili, se guardi bene, c’è sempre un orrore vissuto. Non cerco di assolvere, ma di capire. E spesso uso l’ironia, perché il buffo o il ridicolo arrivano dove il dramma non arriva: più sottile, più pericoloso.
Cosa le fa più paura oggi?
Innanzitutto, le malattie. Ho vissuto e visto molta sofferenza, e certe immagini non si cancellano. Ci sono giorni in cui le riesco a scacciare, altri meno. E poi il palcoscenico: oggi lo temo come mai. Entro in scena tremando, con le gambe che si piegano davvero. Ho paura della mia paura, perché l’ansia anticipatoria ti indebolisce, ti espone all’errore.
Eppure, la sua carriera teatrale inanella successi su successi.
Negli ultimi due anni ho toccato una specie di vetta: tre spettacoli straordinari, soddisfazioni immense e tutti i premi possibili. È come aver vinto il Grande Slam. Invece di tranquillizzarmi, però, queste affermazioni aumentano la pressione: l’idea di dover essere sempre perfetta. Io non mi concedo scampo. Ho bisogno di “spaccare” ogni sera. E poi c’è la memoria: un tempo automatica, ora devo prepararmi mesi prima. E quando vacilla, l’interpretazione soffre. Se stai pensando alle parole, non puoi essere libero.
Questo Gabbiano è un allestimento molto lontano dalla tradizione.
Un Čechov così in Italia non si era mai visto. Volge lo sguardo all’Europa, al presente. È spregiudicato, rischioso, provocatorio. Uno spettacolo che si mette in discussione da solo. Come diceva Čechov, è composto da qualche conversazione sull’arte e dieci tonnellate d’amore: tutti amano qualcuno che ama qualcun altro. Nessuno è ricambiato. Una giostra di infelicità amorosa, in un luogo che non è un luogo. Una terra di nessuno che è stato difficile abitare.
Che rapporto ha oggi con l’amore?
L’innamoramento è il momento più sontuoso dell’esistenza, allucinatorio, onirico, psicotico in senso buono. Un diamante rarissimo. Ma non dura. Io quell’esperienza non la vivo da moltissimi anni. Non so se ho ancora l’energia mentale per innamorarmi. E poi, diciamolo: dopo una certa età, l’amore diventa socialmente improbabile. Non lo escludo, ma non lo aspetto.
Lei ha fatto tanto cinema d’autore e televisione: cosa la farebbe tornare oggi?
In televisione ho fatto tutto, da quella colta alle fiction popolarissime, anche criticate. Non me ne pento, ho cercato qualità ovunque. Oggi però non credo potrei ripetere certe esperienze: le ho già attraversate. Il cinema sì, se ci fosse un progetto vero, interessante, mi piacerebbe rifarlo. Ho appena interpretato un breve ruolo in un film di Pupi Avati in uscita in primavera e sono stata molto felice.
Oggi il teatro le ha riconosciuto tutto. C’è un premio che sente più vicino?
Sì. Quando ho vinto il Premio Eleonora Duse, la motivazione diceva: “È passata a testa alta dal cinema al teatro”. “A testa alta” mi è rimasto: un’immagine semplice, ma vera. Sono passata a testa alta, senza rinnegare nulla, portandomi dietro tutto quello che ero stata. In fondo, è l’unico modo che conosco per attraversare le cose, senza abbassare lo sguardo.
2 gennaio 2026
1 gennaio 2026