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4 febbraio 2026
di Giancarlo Strocchia

Da Gibellina una speranza per il futuro

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Le immagini degli ultimi giorni parlano chiaro: l’isola ferita dal ciclone Harry, piogge torrenziali, territori fragili messi ancora una volta alla prova da eventi estremi sempre più frequenti. La Sicilia torna a fare i conti con le sue macerie, materiali e simboliche. In questo contesto, da Gibellina arriva un messaggio che guarda oltre l’emergenza. La città che ha saputo rinascere dalle rovine del terremoto attraverso l’arte si prepara a diventare Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 con un titolo che è già una dichiarazione d’intenti: “Portami il futuro”. Un progetto che intreccia memoria e visione, e che chiama l’arte a interrogarsi sulle crisi del presente per immaginare nuovi orizzonti possibili. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico, Andrea Cusumano.

“Portami il futuro” è il titolo di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Che futuro evoca questo progetto?

È un titolo che lavora su una doppia direzione. Da una parte è Gibellina che chiede futuro, dopo una storia segnata da una catastrofe che ne ha messo a rischio l’esistenza stessa. Dall’altra è il sistema dell’arte contemporanea che chiede a Gibellina di “portare il futuro”, di indicare una strada possibile per affrontare le macerie della nostra contemporaneità. Il progetto coinvolge non solo la città, ma un territorio più ampio: il Belìce, la provincia di Trapani. È una nuova occasione per riflettere su come l’arte possa tornare a essere un motore di sviluppo, coesione sociale e crescita culturale.

Gibellina è un caso unico in Italia. Quanto conta la sua storia in questa candidatura?

Conta in modo decisivo. Gibellina rappresenta un unicum nel panorama nazionale e un’eccezione anche a livello internazionale: una città che ha scelto di rinascere dalle macerie del terremoto affidandosi alla capacità rigenerativa dell’arte contemporanea, degli artisti e della comunità. Il progetto avviato da Ludovico Corrao negli anni Settanta è stato un esperimento pionieristico. Oggi non si tratta di celebrarlo, ma di rilanciarne lo spirito, aggiornandolo alle urgenze del presente. Un’utopia mai sopita che riemerge proprio quando il bisogno di nuove visioni si fa più urgente.

Nel progetto si parla di “macerie della contemporaneità”. Quali sono oggi?

Le macerie di oggi non sono solo fisiche. Sono crisi climatiche, sociali, economiche, culturali. L’etimologia della parola “crisi” rimanda alla scelta, alla decisione: un momento di frattura che impone cambiamento. Una delle macerie più pesanti del nostro tempo è la perdita di empatia. Il venir meno della centralità della persona e della comunità. È da qui che nasce l’idea di un’arte che non sia solo “del presente”, ma “della presenza”.

Cosa significa parlare di arte come presenza?

Significa chiedere agli artisti di essere presenti nei luoghi e nelle comunità, di costruire relazioni. Non un’arte distante o puramente simbolica, ma un’arte che si assume una responsabilità sociale. La bellezza diventa un compito collettivo, capace di riattivare fiducia e senso di appartenenza. Il centro del mondo non è un luogo astratto, ma quello in cui si intrecciano le relazioni umane. Ed è lì che va rivolta la cura.

Gibellina può diventare un modello per il Paese?

Gibellina nasce da una ferita e oggi si propone come modello simbolico per l’Italia. Un luogo da cui partire per guardare alle crisi del presente e immaginare come affrontarle.

In questo senso l’arte ritrova una funzione profonda: non è il luogo dell’effimero, ma della speranza e della costruzione. Un dispositivo capace di aiutare le comunità a rialzarsi.

Qual è l’eredità concreta che il progetto intende lasciare oltre il 2026?

La parola chiave è “legacy”. Non si tratta solo di eventi o mostre, ma di costruire un sistema sostenibile nel tempo. Gibellina, come molti centri del Sud, deve fare i conti con lo spopolamento e la fragilità economica. L’obiettivo è trasformare la città in un luogo di riferimento per la formazione e la produzione artistica, attraverso reti territoriali, nazionali e internazionali. Un progetto che continui a vivere anche dopo il 2026.

Quali azioni sono già state avviate?

Il recupero degli spazi è centrale. La Chiesa di Gesù e Maria, abbandonata per oltre vent’anni, è stata restaurata nel primo lotto e riaperta con la mostra Austerlitz di Daniele Franzella. Seguiranno installazioni, mostre e interventi site-specific. Dal 2027 questi luoghi potranno ospitare residenze artistiche in collaborazione con le Accademie di Belle Arti. Una presenza costante di artisti e studenti che genera produzione culturale, formazione e anche un impatto economico concreto sul territorio.

Il programma è molto articolato. Qual è il filo rosso che unisce le diverse iniziative?

Tre i temi principali: Mediterraneo, dialogo e cura. Il Mediterraneo è raccontato come spazio di scambio, accoglienza e conflitto, opportunità e limite. Un luogo che continua a produrre civiltà. Il dialogo attraversa le mostre e i progetti, come nel caso di Colloqui, che riunisce artiste che hanno avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione di Gibellina, sottolineando il carattere pionieristico della città anche sul fronte dell’arte al femminile. Infine la cura: degli spazi, della memoria, del patrimonio. Recuperare ciò che è possibile oggi e avviare processi che continuino negli anni, anche attraverso strumenti come l’Art Bonus.

In un momento segnato da crisi climatiche e sociali, cosa rappresenta oggi Gibellina?

Rappresenta una possibilità. La volontà di trasformare una ferita in visione, una crisi in scelta. Gibellina non vuole solo ricordare la propria storia, ma continuare a scriverla, diventando un luogo capace di generare relazioni, idee e futuro.

 

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