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14 settembre 2023
di Laura Antonini

L'insostenibile leggerezza del vino

Filippo Bartolotta
Filippo Bartolotta
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Molti lo conoscono come il sommelier delle star ma è difficile racchiudere in un’unica definizione Filippo Bartolotta. Classe 1972 ha un curriculum trasversale e internazionale tenuto insieme dal fil rouge del vino che lo ha portato a guidare degustazioni importanti. Nel 2017 è stato lui a far conoscere le eccellenze dei nostri nettari agli Obama in visita in Italia. Ha organizzato anche una particolare degustazione con lo chef Massimo Bottura; alla National Gallery di Londra sono stati Dustin Hoffman ed Emma Thompson a trascorrere del tempo con questo talento del bicchiere. Ma la lista delle star che hanno approcciato la conoscenza del vino con lui è lunga: da John Malkovich a Steven Colbert, da Jessica Alba a Bryan Adams ed Eminem. Una laurea in Economia a Firenze e poi una lista di certificazioni e riconoscimenti presso l’Institute of Higher European Studies di Den Haag come al Wine and Spirit Education Trust di Londra partecipa alle più importanti rassegne di Anteprime italiane e degusta e recensisce costantemente per guide e riviste enologiche migliaia di vini. Con Mag 1861 ha parlato della nuova tendenza in tema di vino e di tante altre curiosità legate al suo lavoro e alla sua passione.

La tendenza attuale è quella della leggerezza. La leggerezza è qualità, è un’attitudine alla produzione del vino e io nel mio lavoro vado a ricercare questo, che si tratti di un Cerasuolo d’Abruzzo oppure di un Amarone

«La tendenza attuale – ci racconta Bartolotta – è quella della leggerezza. Per me una aspirazione, un valore da non intendere come elemento frivolo ma come qualità. Ovviamente oggi c’è chi se ne approfitta e aumenta i quintali per ettaro e crea quindi vini diluiti, leggeri certamente ma non profondi. La leggerezza è qualità, è un’attitudine alla produzione del vino e io nel mio lavoro vado a ricercare questo, che si tratti di un Cerasuolo d’Abruzzo oppure di un Amarone. Le nuove generazioni vogliono bere cose più leggere e tanti produttori e tanti territori seguono questa tendenza. Ovviamente in questo quadro si inseriscono i bianchi, ma anche il rosé sta consolidando una dignità che ancora non gli avevamo visto. E poi le bollicine, sempre in ascesa perché uniscono anche la leggerezza psicologica: quella della CO2 che porta tutto in alto e ci fa sognare».

Il vino rosso con la carne, il bianco con il pesce… Quali miti sono da sfatare negli abbinamenti vino-portate?

Il primo in assoluto è quello del servizio del vino rosso a temperatura ambiente. Non vuol dire niente. La temperatura ambiente è quella di cantina, cioè 12-16 gradi. Soprattutto d’estate i vini rossi devono essere messi nel secchiello del ghiaccio altrimenti gli aromi più delicati vanno via. E per quanto riguarda l’abbinamento i vini rossi leggeri come un Grignolino del Monferrato, una Schiava Alto Adige o un Frappato di Vittoria possono regalare delle soddisfazioni inaspettate anche con i piatti di pesce. Al contrario ci sono tanti bianchi che riescono a stare in un abbinamento perfetto con le carni, magari anche in un legame per contrasti anziché analogie. Un classico esempio è quello di un Gewürztraminer con un po’ di dolcezza in più da abbinare ad un fois gras oppure ad un curry (di manzo, maiale o pollo) al cocco.

Conosciuto come sommelier delle star ci racconta qualche aneddoto sui gusti o sugli incontri con questi personaggi?

Lambrusco, fragole e cioccolato negli studios con Bryan Adams e Nia Vardalos a Los Angeles durante un San Valentino. Con John Malkovich si vince scegliendo vini da “guerriero”: vini rossi di grande struttura e potenza come un Bolgheri Doc, un Primitivo di Manduria o un Amarone della Valpolicella.

Emma Thompson è una donna estremamente dolce e generosa con un palato raffinatissimo che ricalca l’archetipo dell’Amanate. Le piace la Borgogna e dunque potrebbero funzionare vini come gli Etna Doc, un Pinot Nero dell’Alto Adige o dell’Oltrepò Pavese o un Chianti Classico di un’annata più vecchia.

Jessica Alba ama sia gli spumanti più austeri come un bel Franciacorta Pas Dosè che quelli più morbidi e rotondi come il Prosecco Doc. Ma il suo punto debole è con i bianchi più fragranti come il Pinot Grigio delle Venezie o una Vernaccia di San Gimignano. Nella sua casa di Beverly Hills ho stappato un Grillo di un’isoletta siciliana di cui è andata matta.

E poi c’è il palato dell’“Uomo Comune” di Dustin Hoffman innamorato dei vini più semplici e diretti come un Dolcetto d’Alba o un Montepulciano d’Abruzzo di quelli più scattanti. Con Stephen Colebert, durante il Late Show abbiamo stappato 12 vini italiani e il suo palato era particolarmente stimolato dalla complessità intellettuale di un grande Barolo e dalla forza trascinante di un Riesling della Valle Isarco. Mi fermo con le scelte dei coniugi Obama. Con loro organizzai questa degustazione biografica che partiva con le loro annate e ripercorreva le tappe dell’insediamento alla Casa Bianca, il premio Nobel per la pace, ecc. A lui è piaciuto il Brunello di Montalcino 1964 che avevo scelto per l’anno di nascita di Michelle, mentre a lei piacque il Barolo 1961 che invece scelsi per Barack Obama.

Qual è il vino che piace di più? Non come etichetta ma come vitigno?

Il Sangiovese è il vitigno più piantato in Italia ed è la base del Brunello, del Chianti, del Chianti Classico, del Nobile, del Morellino e praticamente di quasi tutte le denominazioni toscane. La combinazione di Toscana/Sangiovese credo sia un binomio vincente. Ogni anno per fortuna i consumatori danno più spazio alla scoperta o riscoperta di alcuni dei nostri vitigni autoctoni. L’Italia ne ha migliaia di cui almeno 400 in uso consistente. Nelle righe sopra ho messo in evidenza, per esempio, il Grignolino, ma sempre in Piemonte c’è la riscoperta dei bianchi profondi e intensi della Derthona Doc a base di Timorasso; la Sicilia, oltre al rilancio del Grillo e del Cataratto, sta scoprendo i suoi “vitigni reliquia” abbandonati e oggi di nuovo alla ribalta; la Calabria con il suo fragrantissimo Gaglioppo e poi ci sono le famiglie di Nebbiolo che attraverso Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta cambiano nome (diventando Spanna o Chiavennasca) e ovviamente denominazioni. E infine vale la pena esplorare l’eleganza e la docilità di qualche Carema, Valtellina o Lessona.

Come è riuscito a trasformare questa passione in un lavoro e anche a declinare con la dimensione leisure/viaggi?

È stata tutta colpa della mia tesi in Economia e Commercio sul Turismo del Vino e la storia del commercio del vino. Da quella scelta è partito un viaggio straordinario che mi ha portato in Olanda, poi Londra per cinque anni, dove mi sono formato, ed infine gli Stati Uniti e il Canada. Questi mercati mi hanno dato grandissime soddisfazioni da qualunque punto di vista. Sono ricchi di persone che si entusiasmano e investono tempo e denaro nello studio, nella formazione e nei viaggi. Ed io mi sono inserito proprio nel disegnare itinerari enoturistici, nell’organizzazione di eventi aziendali e infine nella realizzazione di Master Class per sommelier, giornalisti, influencers e addetti ai lavori. Oggi mi occupo quasi esclusivamente di alta formazione e intrattenimento.

Prossimi progetti?

Sto lavorando alla realizzazione di un progetto di racconto del vino italiano tutto in inglese, per gli stranieri ma anche per gli italiani. Racconterò di storia, di paesaggi, di piatti e di incontri di persone fantastiche. Il vino sarà semplicemente il file rouge, la colla conviviale, l’ultimo tassello del viaggio di cui rappresenterà la sintesi.

 

 

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