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28 luglio 2022
di Sonia Montrella

Valori Bollati

Il Davines village 
Il Davines village 
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Prodotti “impegnati politicamente” con azioni per il clima attraverso la salvaguardia della biodiversità e l’agricoltura biologica rigenerativa. È la sfida che da più di 40 anni si pone Davines, azienda della cosmesi professionale con sede a Parma. Per Davide Bollati, presidente e fondatore della società, sostenibilità e bellezza vanno in tandem. L’azienda si è impegnata a restituire all’ambiente quello che prende.

I vostri prodotti solari sono ‘politicamente impegnati’

"Da qualche anno sosteniamo due campagne per la tutela del Mediterraneo. Una in collaborazione con l’Ong Sea Shepherd e l’altra con Ambiente Mare Italia (AMI). Attraverso la vendita dei nostri solari del marchio Comfort Zone quest’anno ripiantumeremo 150m2 di Posidoneti che favoriranno la produzione di 3.000 litri di ossigeno già nel primo anno, rigenerando e tutelando la biodiversità del Mar Mediterraneo.

Un recente studio del Marine Pollution Mullettin ha evidenziato il rilevamento dell’accumulo di filtri nella Poseidonia mediterranea; sotto accusa l’ossibenzone, l’octocrilene e l’ottinoxato, filtri chimici considerati non sostenibili. Dal 2018 a oggi il brand Davinesa è riuscito a devolvere 124.872 euro a progetti di tutela dei mari italiani. 

Ma non solo. La stessa attenzione alla sostenibilità riguarda anche il packaging e la produzione che sono 100% a CO2 neutralizzata grazie ai nostri progetti di riforestazione. Per il packaging utilizziamo plastica riciclata e bio- based, derivante anche dalla canna da zucchero.

I nostri solari sono inoltre certificati Plastic Neutral da Plastic Bank, cioè per ogni prodotto che mettiamo sul mercato ne recuperiamo un altro. In pratica, grazie a questa partnership, per ogni prodotto in plastica venduto, la stessa quantità di plastica sarà raccolta nelle zone costiere di Filippine, Brasile e Indonesia a protezione dell’ambiente e in collaborazione e a sostegno delle comunità locali".

Come nasce Davines

"La nostra è la tipica storia di un’azienda familiare del tessuto emiliano. Nei primi anni ‘80 i miei genitori avevano un piccolo laboratorio di ricerca e produzione conto terzi per la cura dei capelli. Nei dieci anni successivi l’azienda si è strutturata sempre più, perfezionando e consolidando le competenze. Dopo una laurea in Farmacia in Italia e una specializzazione in Cosmetologia a New York, sono tornato a Parma e nel 1993 abbiamo dato vita al marchio Davines, dedicato al mercato professionale dell’hair care, seguito nel 1996 dalla divisione cosmetica [ comfort zone ] per spa, terme e centri estetici qualificati. Tutt’oggi sono questi i due pilastri produttivi del gruppo".

Qual è la dimensione attuale

"Oggi siamo presenti in 90 Paesi, contiamo 700 collaboratori con un fatturato di 225 milioni. Il nostro primo mercato è l’America, il secondo l’Italia. Oltre alla sede principale di Parma - il Davines Village - abbiamo filiali a New York, Londra, Parigi, Città del Messico, Deventer (in Olanda), e Hong Kong".

La pandemia vi ha travolti?

"I primi due mesi di marzo e aprile sono stati traumatici. C’era molta confusione con i codici Ateco, abbiamo chiuso lo stabilimento; in quel momento potevamo fabbricare solo il nostro gel mani igienizzante. Fortunatamente appena è stato possibile ripartire lo abbiamo fatto in modo soddisfacente, grazie a un approccio di grande flessibilità a livello di produttività e di budgeting.

Il Covid ha spostato in generale i canali di vendite, noi non abbiamo virato sull’e-commerce ma la scelta ha premiato. Nel 2020 abbiamo superato i 160 milioni di fatturato, nel 2021 i 191 milioni e le previsioni per quest’anno si aggirano attorno ai 225 milioni".

Come spiega questi dati considerando che la pandemia ci ha costretti a trascorrere molto tempo soli e in casa?

"La cosmetica è diventata quasi un bene di prima necessità insieme al farmaceutico e all’alimentare. Non in blocco però. I quattro pilastri del settore sono: make up, fragranze, skincare e haircare. Le vendite dei primi due sono scese vertiginosamente, mentre skincare ed haircair hanno retto molto bene. Le persone non solo non hanno smesso di prendersi cura di se stesse, ma forse hanno addirittura innalzato il livello di attenzione".

Oggi molte aziende sbandierano la sostenibilità anche a scopo di marketing. Le persone comprendono il vostro impegno reale?

"Noi come Davines abbiamo all’attivo collaborazioni importanti con il CNR e le università.

Oggi facciamo parte della famiglia B Corp, ci sottoponiamo continuamente a misurazioni (che sono rese pubbliche sul nostro sito), ci facciamo guidare dai GRI (Global Reporting Initiative) standards, che rappresentano i principali standard di riferimento globali per la rendicontazione della performance di sostenibilità di un’organizzazione, di ogni tipo e dimensione. Abbiamo deciso di aderire all’iniziativa di Science Based Targets (SBTi) e come Gruppo Davines, abbiamo firmato la dichiarazione d’impegno lo scorso maggio per raggiungere il traguardo “Net Zero Emissions” entro il 2030, 20 anni prima della deadline fissata dagli accordi di Parigi.

Detto questo, le misurazioni sono complesse, il processo è lungo. Sono cose che non si possono semplificare senza scadere nella superficialità. Non credo che i nostri clienti comprendano appieno quello che facciamo. Però ci percepiscono come un’azienda seria. E si fidano".

Quanto è ‘ingenuo’ il consumatore della cosmetica?

"Sull’haircare due clienti su tre sanno riconoscere una performance da una percezione di performance. Nello skincare il rapporto è uno su tre. Va da sé che sulla cura della pelle è più facile confondere il cliente. La vera sfida prò non è vendere ma farlo educando il consumatore".

Per supportare la vostra innovazione vi siete dotati anche di un Giardino scientifico

"Abbiamo dedicato più di 3.000 metri quadrati del nostro quartier generale di Parma al Giardino scientifico che ospita più di 6.000 piante. È concepito come un vero e proprio open air lab ed è strategicamente posizionato davanti al laboratorio di Ricerca e Sviluppo in cui lavorano una cinquantina tra chimici, farmacisti, biologi e cosmetologi. E sono loro stessi a gestirlo. Fa da monito, da promemoria e ispirazione".

Qual è l’obiettivo?

"Decenni fa inserire una molecola di sintesi in un prodotto rappresentava un successo, oggi si festeggia quando la si riesce a togliere senza abbassare il livello della formula.

Nel nostro caso specifico, una volta identificate le molecole attive funzionali di interesse, gli esperti vanno a cercarle nelle piante del Giardino Scientifico che potrebbero contenerle nella giusta quantità, per poi valutare l’efficacia dei principi attivi in laboratorio. Selezionata la specie che fa al caso proprio, viene definita la relativa filiera di produzione – che può essere già esistente oppure essere creata ad hoc –, identificando agricoltori in grado di coltivare queste piante secondo principi sostenibili, per poi potenziarne gli estratti e, quindi, realizzare nuovi prodotti, dalle performance elevate. In questo modo, il Gruppo riesce ad avere delle filiere tracciate e sostenibili dei propri ingredienti attivi".

Cosa c’è nel futuro di Davines

"L'anno scorso abbiamo acquistato 15 ettari di terreni confinanti con il Davines Village e abbiamo avviato una partnership con gli esperti del Rodale Institute, istituto statunitense  pioniere e leader nella ricerca sull’Agricoltura Biologica Rigenerativa. Il principio è quello illustrato nel docufilm di Netflix “Kiss the ground”, che spiega come funziona questa tecnica che permette di catturare carbonio dall’atmosfera senza usare prodotti chimici.

L’altro obiettivo è, ovviamente, continuare a crescere, ma il più possibile all’interno di una economia circolare".

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