Tanta Italia sul palco di Praga
Il Paradiso può attendere, ma sarebbe meglio non farlo aspettare troppo. Un fiasco in Ungheria come poema scenico di Ferenc Molnár, poi un successo eclatante a Broadway nella rivisitazione a stelle e strisce, quindi adattato per la radio da Orson Welles e ancora film con la regia di Fritz Lang, per diventare un classico del musical col titolo “Carousel”. Rivestito dalle coreografie e dai costumi di John Neumeier, “Liliom” è dal 2011 una pietra miliare del balletto che il Teatro Nazionale di Praga ha scelto per inaugurare la stagione 2025-2026 facendolo debuttare al Teatro dell’Opera.
“Liliom” è un’opera corale trascinante e stordente, ricca com’è di parti e di colori, pervasa dalla musica di Michel Legrand, con l’orchestra sinfonica nel golfo mistico e jazz band affacciata dall’alto sul palcoscenico sotto la direzione di Nathan Brock.
L’originale teatrale è datato 1909, due anni dopo “I ragazzi della via Pál”, ma i temi trattati non subiscono l’erosione del tempo e dei mutamenti sociali, e si prestano a più riletture nei generi e anche nei fatti della contemporaneità. È l’amore nella sua grandiosità e persino nelle sue meschinità a essere declinato nei passi di danza del primo adattamento assoluto di questo lavoro scenico, non più ambientato a Budapest ma in un parco di divertimenti degli Stati Uniti negli anni ’30, quelli della Grande Depressione. Liliom, che ha fatto una fine tragica e prematura, può tornare sulla Terra per compiere una buona azione nei confronti del figlio sedicenne Louis al quale ha fatto mancare il padre con la sua condotta. Ma non si tratta del solito topos di redenzione o di perdizione: da San Paolo a Dante Alighieri, da Charles Dickens a Henry James e a John Grisham, la letteratura ha fornito esempi sfaccettati del rapporto tra giustizia, ingiustizia e ricerca della pace.
Il protagonista vive nel mondo scintillante del Luna Park come imbonitore della giostra di proprietà della signora Muskat che è infatuata di lui, quando si innamora di Julie, che lavora in un caffè assieme all’amica Maria. Ma accade che ambedue perdano il lavoro e allora quell’armonia di sentimenti nel trasporto della passione si incrina e si spezza sotto i colpi del destino. L’uomo ha verso la ragazza un atteggiamento che, da protettivo qual era, sembra ora farne l’oggetto di un rancore verso la vita; la maltratta e arriva persino a colpirla con uno schiaffo. Eppure la ama, e continua ad amarla. Quando lei gli rivela che è incinta al settimo mese, Liliom è preda della felicità. Ma evita di dirle che ha deciso di accettare di partecipare a una rapina che gli ha proposto l’amico criminale Ficsur, pur di impedirle di lavorare dalla Muskat per poter provvedere al bambino che arriverà. Il colpo, però, fallisce miseramente: Ficsur riesce a darsi alla fuga, ma Liliom per non cadere nelle mani della polizia sceglie di uccidersi.
Dopo sedici anni in Purgatorio gli viene concesso di tornare un giorno solo sulla Terra per compiere una buona azione per il figlio Louis (nell’originale di Molnár è una ragazza, Louise), che lui non ha mai visto. Non ci riuscirà, quindi le porte del Paradiso per lui resteranno sbarrate. Eppure Julie serberà sempre un ricordo tenero e positivo di Liliom, tanto che forse potrà persino far cambiare l’epilogo della storia, perché è stata sì colpita da lui ma lei non vi ha ravvisato il male. Il giglio, il lilium, è il fiore della purezza dell’animo e quindi dell’innocenza. Il prologo, l’interludio e le sette scene sono cuciti assieme con il filo dei volti dell’amore, quello sano e quello malato, della contrapposizione tra il bene e il male volontario o inconsapevole, del vortice ipnotizzante delle fiere che appare tale anche quando luci, suoni e colori non lasciano neppure intravedere le tinte fosche del dramma, tutto immerso nel clima favolistico e irreale del Luna Park.
“Liliom” ha più di un secolo ma Molnár vi ha fatto confluire aspetti della vita che non solo non sono mai stati superati dai tempi, ma che oggi sono tornati prepotentemente d’attualità, come il rapporto uomo-donna, il lavoro, la tentazione della vita facile, le problematiche relazionali, la violenza repressa ed esplicitata. Lo scrittore ungherese sacrificò la popolarità del suo testo, incompreso alla prima teatrale, negando i diritti di trasposizione a Giacomo Puccini, che se ne era interessato per un’opera lirica: temeva infatti che la personalità del compositore avrebbe finito col fagocitare la sua creatura, trasformandola in quella del musicista. Un problema che, dall’opposto versante, non si è posto Michel Legrand.
Musicista poliedrico e pluripremiato anche con gli Oscar, ha scritto una partitura complessa e rutilante, nella quale denota la solidissima preparazione al conservatorio e la padronanza dei mezzi espressivi. Miscela senza preclusioni melodismo e tecniche novecentesche, come la poliritmia e la politonalità, le sovrapposizioni di temi, gli artifici compositivi per reggere l’azione del balletto (le cui potenzialità furono rivelate da Igor Stravinskij proprio negli anni di “Liliom”). Legrand passa dal brano di fisarmonica alla grande macchina dell’orchestra sinfonica rinforzata da una jazz band, dall’ipnotico basso ostinato ritmico alle sfumature seducenti e ammiccanti tipiche della scuola francese, ma alla fine della complessa e articolata partitura classico-jazz-popolareggiante-modernista ben poco rimane di quello che si è ascoltato, anche se funziona nello spettacolo nel suo complesso. Mestiere di altissimo livello, ispirazione un po’ meno.
Altro discorso è l’allestimento grandioso con i solisti e il coro del Balletto del Teatro Nazionale di Praga, gli studenti del Conservatorio di danza e dello stesso Balletto, dei preparatori dei giovani esterni al Teatro, l’Orchestra dell’Opera di Stato e la Top Big Band. Una produzione impegnativa e di tutto rispetto, com’è peraltro nella tradizione del Teatro Nazionale, che vanta ogni stagione le poltrone in velluto rosso occupate dagli spettatori con una media del 93-94%. Sono invece appuntamenti scontati da 100% alcuni classici come “Schiaccianoci” di Pëtr Il’jč Čajkovskij, che domina il periodo delle feste di fine anno, con una sorprendente presenza di giovanissimi incantati dalla favola di Natale per eccellenza, o come il sempiterno classico “Lago dei cigni” e l’affascinante “Romeo e Giulietta” di Sergej Prokof’ev.
Da non trascurare l’attiva e qualificata “legione italiana” della compagnia di balletto del Teatro Nazionale diretta da Filip Barankiewicz, ben presente anche in “Liliom” con il primo ballerino Giovanni Rotolo (Liliom), Francesco Scarpato (Ficsur), Federico Ievoli (Wolf), e poi Christian Flori, Marco Piraino, Gioele Castagna, Giusi D’Angelo, Danilo Lomonaco, Anna Dal Castello, Eriona Bici, Gabriel Spadaro, Leonardo Baghin, Marta Monesi, Federica Bona, Erivan Garioli.
1 gennaio 2026
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