Guardarsi intorno e copiare all’infinito. In una creazione nuova, frutto della genialità e della provocazione. Un caschetto biondo e poi bianco da scugnizzo uscito lindo e pinto da un centro benessere, un volto emaciato, sofferto. Una battaglia contro il consumismo e il divismo, fino però a diventare anche lui un’icona glamour dal successo incredibile. Cavalcato in mille modi.
Andy Warhol è di ascendenze ucraine. E’ nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, nell’agosto del 1928, ultimogenito di tre figli. Rivelò fin da giovane il suo estro artistico, iniziando come grafico pubblicitario. Una sorta di imprinting. Dopo la laurea si trasferì nel 1949 a New York, lavorando per “Vogue” e “Glamour”. Un’ulteriore esperienza di cui in seguito farà tesoro.
Infine la pittura. Ma non si è fatto mancare niente: regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo, direttore della fotografia, musica, moda … Non è stata unicamente un’ascesa. Nel 1968 un’artista femminista radicale sparò a lui e al suo compagno. Si temette il peggio data la gravità delle ferite, ma sopravvisse.
E’ la parabola di Andy Warhol, re incontrastato della pop (abbreviazione di popolare) art. Che oggi rivive a Ferrara in 150 ritratti, a Palazzo dei Diamanti, fino al 19 luglio. Acrilici, serigrafie e polaroid frutto di un talento quanto mai poliedrico e prolifico. A cominciare dalle sue 10 Marilyn, la diva per eccellenza, fragile e sensibile, oggetto del desiderio di tutti e strumento nelle mani dei Kennedy.
Ma per ricordare quanti sono stati i volti rivisitati con i suoi occhi, in tutti i campi, ci vorrebbe un elenco del telefono delle celebrità: Mick Jagger, Truman Capote, Salvador Dalì, Lou Reed, Elisabeth Taylor, Elvis Presley, i Rolling Stones, Allen Ginsberg, Joan Collins, Mao, Lenin, Jacqueline Kennedy, James Dean, Liza Minnelli, Grace Jones, Robert Mapplethorp, Jacqueline Bisset, Jack Nicholson, Annie Lennox, Tony Curtis, Rudolf Nureyev, Bianca Jagger, Marisa Berenson, Brigitte Bardot, Marlon Brando, Grace Kelly, imperatrici, regine principesse, lo stesso Warhol…
Serialità e instancabile ripetitività il segreto del suo successo. Un’arte che voleva essere democratica e replicabile. Trafugava immagini note e le reinventava con colori vivaci e forti: rosso, rosa, viola... Il pubblicitario trovava anche ispirazione dai prodotti del supermercato. A cominciare dalle sue famose Coca Cola e Zuppe Campbell. Fino ai marchi di grandi prodotti commerciali. Fu un ladro e un plagiatore seriale. Quello che era sotto gli occhi di tutti, ciò che sembrava stantio trovava nuova vita grazie alle sue creazioni e all’ispirazione di un genio anticonformista..
“Alcune aziende – ha detto – erano interessate all’acquisto della mia aura. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: “vogliamo la tua aura”. Non sono mai riuscito a capire cosa volessero. Ma sarebbero stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora che se qualcuno era disposto a pagarla tanto avrei dovuto provare a immaginarmi cosa fosse.”
Quella che doveva essere una critica al consumismo, ai prodotti della civiltà di massa si trasformò ben presto, a sua volta, in un prodotto riservato ad una società d’élite. Una fabbrica di dollari. Nonostante Warhol avesse ribadito che “i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale e come tali devono essere riconosciuti: anche il più povero può bere la stessa Coca Cola che beve Jimmy Carter o Elisabeth Taylor. E che l’arte “doveva essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale”
Si appropriò anche dei capolavori del Rinascimento prendendo spunto da Piero della Francesca, Paolo Uccello, Botticelli e persino con un’“Ultima cena” di Leonardo da Vinci. Li modernizzò, strappandoli al museo. Pur rispettoso degli originali, li restituì ad un nuovo rinascimento. Dai prestigiosi autori italiani ad un vero e proprio rapporto con l’Italia con la serie dedicata alle eruzioni del Vesuvio, i ritratti di Gianni e Marella Agnelli a conferma di quadri status simbol. Gli incontri con Patty Pravo per un film rifiutato e Loredana Berté, soprannominata “pasta queen” per sue capacità culinarie.
Dalla fabbrica di dollari delle opere alla “Factory” (fabbrica), fondata nel 1962, una sorta di comunità intellettuale e fucina di idee. Aperta a tutti. Frequentata anche drag queen e transessuali. L’intento era dare spazio a giovani artisti. Fra i tanti il più famoso è stato Jean-Michel Basquiat.
Era uno “spazio ideologico” dove la “pop art” si trasformava in stile di vita”. In assoluta libertà, senza alcun pregiudizio per ogni sorta di comportamento. Benché fosse “molto religioso, ma non voleva che le persone lo sapessero perché era una cosa privata” raccontò il fratello. In effetti difficile pensare a Warhol fare volontariato presso i rifugi dei senzatetto come in effetti accadeva nel segreto..
Coltivò una passione per il cinema. Filmati con la camera fissa: sequenze uniche, che ritraevano, anche per ore, momenti di vita quotidiana, sesso compreso. “Trovo il montaggio troppo stancante.. lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente”.
Cercava di scandagliare l’essenza della normalità, delle persone comuni. Normalità così lontana dalla sua esistenza. Morì nel 1987 a soli 58 anni per un’operazione sbagliata. Oggi, nell’ambito della pittura moderna, le sue opere hanno le quotazioni più alte sul mercato, battute unicamente da Picasso.
23 marzo 2026
13 marzo 2026