Storica dell’arte e curatrice di caratura internazionale, Cristiana Perrella ha costruito il suo percorso professionale tra istituzioni culturali, università e festival, muovendosi con naturalezza tra dimensione curatoriale, ricerca e progettazione culturale. Insegna Management ed economia delle arti e delle istituzioni culturali all’Università San Raffaele di Milano, ha diretto il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dal 2018 al 2021 e, in precedenza, il Contemporary Arts Programme della British School at Rome, contribuendo in modo decisivo al dialogo tra scena italiana e internazionale. Nel 2022 è stata direttrice artistica del Milano Design Film Festival e nel 2025 ha curato il programma di Conciliazione 5, il nuovo spazio espositivo del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede inaugurato a Roma in occasione del Giubileo. Oggi è alla guida del MACRO, chiamata a immaginare una nuova fase per il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, in un momento in cui il rapporto tra istituzioni culturali e città appare più centrale che mai.
Direttrice Perrella, più che di riapertura possiamo parlare di rilancio del MACRO. Con che emozione ha affrontato questo passaggio?
Più che un’emozione direi un forte senso di responsabilità. Il MACRO è uno spazio importante per la città di Roma, con una storia nobile ma anche segnata da fasi molto diverse tra loro. Negli ultimi anni, però, è stato un luogo di sperimentazione straordinaria dal punto di vista museologico. A partire dal 2017 ha espresso esperienze radicali che hanno contribuito a dirimere delle questioni ancora di grande attualità: che cos’è oggi un museo d’arte contemporanea, qual è il suo ruolo, a chi si rivolge e, soprattutto, di chi è.
Si riferisce alle direzioni di Giorgio de Finis e Luca Lo Pinto. Che eredità lasciano al museo?
Hanno dato due risposte completamente diverse alle stesse domande, ed è proprio questo il loro valore. Giorgio de Finis ha immaginato un museo totalmente partecipato, inclusivo, non selettivo: una piattaforma di contenuti generati da una comunità ampia, con regole del gioco aperte. Luca Lo Pinto, al contrario, ha costruito un progetto fortemente autoriale, quasi editoriale, dove ogni scelta era frutto di un lavoro di selezione ed editing molto preciso. Entrambe le esperienze sono state estremamente produttive per il MACRO e hanno contribuito a ridefinirne l’identità.
Qual è allora la fase che si apre oggi?
Credo sia arrivato il momento di uscire dalla logica del “museo del direttore” per passare a un museo riconosciuto come istituzione della città. Un luogo che non venga apprezzato solo per la personalità di chi lo guida, ma per ciò che è in grado di realizzare nel tempo.
L’ambizione è quella di costruire un museo che abbia una rilevanza reale per la comunità cittadina, e allo stesso tempo sappia dialogare con una dimensione nazionale e internazionale.
Che ruolo può avere oggi un museo come il MACRO nel contesto romano?
Io sento molto forte la necessità di luoghi culturali che sappiano creare comunità. Credo che la cultura, soprattutto in un momento complesso come quello che stiamo attraversando, possa fornire risposte importanti: promuovere il pensiero complesso contro la banalizzazione, stimolare uno sguardo critico e consapevole sul reale. Intorno a questo si possono stringere molte comunità diverse. Il MACRO vuole essere un luogo rilevante per le persone da più punti di vista, capace di accogliere pubblici differenti e temporalità diverse.
In che modo questa idea si traduce nella programmazione del museo?
Attraverso una forte compresenza di linguaggi e di tempi. C’è il tempo lungo delle mostre, quello quotidiano del cinema, la frequentazione abituale degli studenti che utilizzano le aule studio, e poi il tempo più effimero ma fondamentale degli eventi e delle performance. Tutto questo convive nello stesso spazio. Mi interessa molto anche la mescolanza dei linguaggi: un’arte che dialoga con il cinema, un cinema che incontra la musica, pratiche che nascono dalla contaminazione. In questo senso la riapertura della sala cinematografica del MACRO è un tassello centrale del progetto.
Appunto, il cinema diviene elemento centrale di questo progetto. Perché questa scelta?
Perché il cinema, all’interno di un museo d’arte contemporanea, è uno spazio di dialogo straordinario. Ha una temporalità diversa, richiama pubblici nuovi e crea continui scambi con le arti visive. Il nostro sarà un cinema di prima visione selezionata, affiancato da rassegne storiche, film restaurati e documentari, ma soprattutto un cinema abitato dagli autori. L’idea è che il pubblico possa incontrare registi e registe, ascoltare le loro storie, entrare nei processi di lavoro. Vorremmo che fosse un luogo di scoperta e di confronto, quotidiano e accessibile, come il museo stesso, uno spazio di incontro, di racconto e di trasmissione, non solo di visione.
Questa contaminazione tra linguaggi emerge anche nelle mostre.
Sì, e in modo molto esplicito. Un esempio è Dissonanze. One Day You’ll Understand (fino al 22 marzo 2026), che ripercorre la storia di uno dei festival più visionari della scena romana tra musica elettronica e arte digitale. Dissonanze ha anticipato modalità oggi quasi date per scontate: l’intreccio tra suono, immagine e architettura, l’uso dello spazio urbano come dispositivo culturale, la costruzione di esperienze immersive capaci di parlare a pubblici diversi. A venticinque anni dalla prima edizione, raccontiamo quella storia attraverso l’archivio visivo e sonoro del festival, restituendo lo spirito di una stagione che ha segnato profondamente la cultura elettronica e visiva della città. Non è un’operazione nostalgica, ma un modo per interrogare il presente: capire cosa quell’esperienza può ancora dirci oggi, in termini di visione, di rischio e di capacità di immaginare nuove forme di comunità culturale.
Roma resta il centro del progetto artistico del MACRO, ma con uno sguardo aperto.
Assolutamente. Il MACRO è il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, quindi il radicamento nella città è essenziale. Ma Roma ha una contemporaneità che oggi può parlare anche fuori dai confini locali. Dissonanze, così come il lavoro sul cinema, raccontano una città capace di produrre linguaggi avanzati, di attrarre artisti e di mettere in relazione mondi diversi. È questo tipo di Roma che mi interessa rendere visibile: una città complessa, stratificata, accogliente, dove il passato e il futuro convivono continuamente.
“Una Roma” (fino al 6 aprile 2026) è una delle mostre che inaugura questa nuova fase. Che tipo di sguardo propone?
È uno sguardo possibile, non esaustivo. Non vuole essere una mappatura completa né una celebrazione della scena romana. È uno sguardo transgenerazionale e transmediale, che mette insieme artisti molto diversi per età, linguaggi e provenienze. Ci sono opere video, pittura, scultura, installazioni, performance, azioni musicali. E ci sono anche storie diverse di relazione con la città, perché Roma oggi è tornata a essere attrattiva per artisti italiani e stranieri.
Anche l’allestimento sembra raccontare questa idea di coesistenza.
Sì, abbiamo scelto di lavorare al centro dello spazio, senza utilizzare le pareti, segnando il percorso con una linea verde che rimanda al green screen cinematografico. L’idea era quella di creare uno sfondo neutro capace di accogliere la diversità delle opere, lasciandole dialogare e interferire tra loro. La vicinanza e la coesistenza diventano così parte del racconto, non un ostacolo alla fruizione.
Questa contaminazione sarà una linea che continuerà nel tempo?
Senza dubbio. Oggi è difficile, e forse inutile, ragionare per categorie rigide. Il modo in cui pensiamo e comunichiamo è già contaminato per natura. Un museo che si occupa di contemporaneo deve restituire questa complessità. Anche per questo accanto alle sezioni espositive ci sono pratiche live, collaborazioni tra artisti e musicisti, e una sezione off che coinvolge spazi indipendenti della città.
Che tipo di relazione immagina tra il MACRO e la città nel prossimo futuro?
Mi piacerebbe che il MACRO diventasse un luogo vissuto, attraversato, frequentato anche senza una mostra specifica da vedere. Un posto in cui si entra con fiducia, sapendo che lì succede sempre qualcosa di interessante. È questo il tipo di relazione che vorrei costruire con la città: un interscambio basato sulla familiarità, sull’ascolto e sulla continuità.
Qualche anticipazione sui prossimi progetti?
Abbiamo già programmato il prossimo anno e mezzo e continueremo su questa linea: contenuti inediti per Roma, un equilibrio tra nomi internazionali riconosciuti e scoperte legate al territorio, e una forte attenzione alla contaminazione tra linguaggi. Il MACRO vuole essere un museo aperto, poroso, capace di attraversare il presente senza semplificarlo. E lavoreremo perché quest’idea progettuale si traduca in iniziative capaci di dialogare attivamente con l’universo esterno
7 gennaio 2026
2 gennaio 2026