“L’artista deve cercare di modificare la situazione riconoscendo i doveri che ha verso l’arte e verso se stesso, considerandosi non il padrone, ma il servitore di ideali precisi, grandi e sacri. Deve educarsi e raccogliersi nella sua anima curandola e arricchendola in modo che essa diventi il manto del suo talento esteriore, e non sia il guanto perduto di una mano sconosciuta, una vuota e inutile apparenza. L’artista deve avere qualcosa da dire, perché il suo compito non è quello di dominare la forma, ma di adattare la forma al contenuto”.
E’ una delle citazioni che accompagnano la mostra di Wassily Kandinsky (1866-1844), il “profeta” dell’astrattismo, la cui arte, divisa in cinque sezioni, rivive attraverso settanta opere a Palazzo Bonaparte a Roma fino al 14 febbraio. Sono quadri provenienti dal centro Pompidou di Parigi, che conserva la più importante raccolta al mondo del pittore russo, grazie al lascito della vedova, Nina Kandinsky. La cura dell’evento è di Angela Lampe con la consulenza di Francesca Villanti.
Non fu una vocazione immediata, ma una lenta maturazione. Kandinsky scoprì la pittura a trenta anni, lasciando una avviata professione di avvocato e di professore all’università di Mosca. La mostra ne accompagna le tappe dalle prime composizioni ancora figurative agli anni di Monaco e del “Blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro), movimento fondato nel 1911 con Franz Marc e Gabriele Münter, ponendo al centro la dimensione spirituale, emotiva ed interiore.
Non fu solo un pittore, ma un teorico con opere che rimangono due capisaldi del pensiero artistico del XX secolo: “Lo spirituale nell’arte e “Punto linea superficie”. L’abbandono del realismo si scomponeva in un gioco di linee e di colori, di forme e geometrie che si traducevano sulla tela in una sorta di spartito musicale, tale da raggiungere l’anima dello spettatore: “Aprite le vostre orecchie alla musica, i vostri occhi alla pittura e non pensate! Esaminate voi stessi, se volete, dopo aver osservato e ascoltato. Chiedetevi, se volete, se l’opera d’arte vi abbia liberato verso un mondo che prima vi era sconosciuto. E se lo ha fatto che altro volete?”
L’arte, come detto, intesa come tramite fra l’opera e la dimensione spirituale. I colori, che hanno un odore, un sapore, un suono, che oscillano dal caldo al freddo, possono avere un duplice effetto, uno “fisico”, superficiale basato su sensazioni effimere grazie alla retina, uno più profondo, psichico che raggiunge l’anima. In questo senso Kandinsky esamina e descrive le proprietà di ogni colore primario o secondario e ne analizza la loro possibile influenza. Mentre la tela si trasforma in una sorta di spartito. Non a caso l’artista fu da sempre appassionato di musica ed era in grado di suonare pianoforte e violoncello.
Non mancano i capolavori come “Gelt-rot-blau” (Giallo-rosso-blu”) del 1925, “Mit demschwarzen bogen” (“Con l’arco nero”) del 1912 e “Bild mit rotem Fleck” (Quadro con macchia rossa) 1914: rappresentano il condensato delle sue teorie. In particolare il primo dove linee, colori, geometrie si inseguono in un’altalena di sensazioni, in un fantasmagorico gioco astratto di fronte al quale non si può rimanere indifferenti, lasciandosi andare al ritmo della composizione. Capisaldi che segnano la rivoluzione verso un’arte che abbandona il figurativismo e che lo porteranno ad essere docente del Bauhaus e gli ultimi anni della sua vita in Francia: “Parigi con la sua meravigliosa luce, forte e dolce, ha ampliato la mia tavolozza”.
Lungo il percorso documenti, foto, dischi, oggetti personali, mobili e la testimonianza dei suoi rapporti con il coetaneo Arnold Schönberg.
Nella mostra uno spazio è riservato a due donne che ebbero una parta importante nella sua vita, la già citata moglie Nina e Gabriele Münter, sua compagna per un decennio e a sua volta pittrice, scoperta successivamente dopo essere rimasta nell’ombra.
In definitiva la mostra di un genio, che definì la sua arte “Un pezzo di ghiaccio dentro cui brucia una fiamma”
16 settembre 2026
16 settembre 2026