Beyond Heritage, omaggio al lavoro sotterraneo di chi protegge l'arte
“Beyond Heritage” è una mostra che rivela il lavoro sotterraneo, cocciuto, interdisciplinare e multiculturale che si svolge attorno a un oggetto da salvaguardare. Così che il pubblico possa avvicinarsi al sacrificio, all’applicazione di conoscenze, al genio tout court di centinaia e centinaia di restauratori, storici dell’arte, archeologi, archivisti, biologi, fotografi, bibliografi, ricercatori in senso lato che formano la schiera di “salvatori” del nostro patrimonio. Inaugurata al pianterreno di Palazzo Braschi, la sede del Museo di Roma che si affaccia su piazza Navona e piazza San Pantaleo, illustra in tre sale “una parte per il tutto”. Vale a dire che la rassegna, curata da Fabio Beltotto, si sofferma con immagini fotografiche, un cortometraggio, installazioni e materiali digitali su alcuni degli innumerevoli snodi della conoscenza e cura del Beni Culturali.
L’esposizione, fino al 28 febbraio, invera i risultati del Progetto Changes, un team di ricerca che riunisce partner nazionali tra cui Sapienza di Roma, Università Ca’ Foscari di Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum di Bologna, Università degli Studi Federico II di Napoli, Cnr e altre istituzioni accademiche. Un volano verso il futuro tramite il passato, è anche questo Changes – Cultural Heritages Active Innovation for Sustainable Society, che è stato finanziato dal PNRR e da NewGenerationEU per ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione.
Ed ecco allora un saggio di quanto fanno i ricercatori. Accoglie il pubblico un dipinto duecentesco, la Madonna di Montelungo di Margarito d’Arezzo, che grazie a un meccanismo digitale svela tutti i segreti del restauro. L’opera è stata indagata – con la collaborazione di istituzioni italiani e straniere tra cui la National Gallery di Londra e la National Gallery of Art di Washington - con un approccio multinodale non invasivo che integra fotografia tecnica, imaging multispettrale e iperspettrale, riflettografia, microscopia digitale, radiografia. In questo modo si può conoscere che cosa c’è sotto lo strato superficiale del dipinto senza prelievi di campioni. E il visitatore riesce a sfogliare tutti i dettagli dell’indagine conoscitiva toccando il video con un dito. Ecco allora, per esempio, la “tavolozza” utilizzata da Margarito tonalità per tonalità e zona per zona: i blu, i viola, i rossi, i gialli, i bianchi.
La seconda sezione si intitola “Semi di Storia” ed è dedicata alla archeobotanica, quella branca che attraverso i resti delle colture antiche disegna le abitudini dei nostri antenati. Anche qui la fotografia ha un valore fortemente analitico perché permette l’approdo alla dimensione microscopica dei reperti, e dunque alla definizione di un preciso identikit. Lo dimostra una immagine nella quale un frammento di scorza di melograno è stato posto sopra un foglio millimetrato rendendo così evidente la grandezza dell’oggetto sul quale si lavora.
Gli archivi e il certosino lavoro di scavo e digitalizzazione sono altri ambiti che recano frutti preziosi perché inediti. Si tratta di operazioni in raccolte pubbliche e private. La sezione “Trame del tempo” consente di fare sociologia della moda. La mappatura ha per esempio estratto dalla collezione di Marta Marzotto alcuni indumenti iconici – un collier a forma di due leopardi, mantelli, un cappello – e li ha “prestati” a sculture classiche: le foto che ne sono derivate alimentano l’idea che la moda non è affatto un prodotto effimero, anche quella di un personaggio glamour e chiacchierato come è stata la Marzotto.
Dagli archivi di libri, ovvero dalle biblioteche, emergono tesori fragilissimi ma che appunto in virtù della digitalizzazione possono essere “toccati” con gli occhi da studiosi che si trovano lontani. E’ illuminante un cortometraggio di quindici minuti proiettato in mostra: sullo sfondo della carismatica biblioteca di Palazzo Corsini, alla Lungara, volumi preziosi vengono sfogliati, se ne ingrandiscono i dettagli, si riescono perfino ad individuare le note aggiunte a mano, addirittura i motti scritti nelle piegature, quasi nascosti, da colui che per primo li possedette. Al pari di un invito, in greco antico, a condividere l’oggetto di lettura. Allo stesso tempo la digitalizzazione consente di dare lunga vita alle mostre. E’ presentato al pubblico per la prima volta il digital twin della mostra dedicata nel 2022 al naturalista Ulisse Aldovrandi. Il “gemello digitale” consente di spaziare in ogni angolo delle sale, di “entrare” nelle vetrine d’esposizione, di vedere meglio di un visitatore in carne ed ossa.
Le fotografie cristallizzano anche le particolarità del paesaggio e aiutano a farne un racconto indirettamente diacronico e perciò capace di intrecciare storia, comunità e territorio. I Campi Flegrei sono fissati nei loro luoghi iconici, come la Solfatara o l’Antro della Sibilla, fino al parco archeologico sommerso di Bacoli. Insieme però vediamo gli edifici moderni che incorniciano l’Anfiteatro, o le villette costruite quasi sul bagnasciuga di Baia. Ma gli scatti restituiscono anche le mani nella terra dei contadini che costruiscono, sui monti Lucretili, i terrazzamenti diventati Patrimonio Unesco; oppure l’aspetto quasi dimenticato di quella laguna di Venezia soffocata dall’overtourism. Qui l’obiettivo si è fermato sull’anziana merlettaia di Burano, sul pescatore che ripara le reti, sul cacciatore appostato su uno sperone di terra strappato alla marea.
Sono Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante gli autori delle fotografie, in collaborazione diretta con i protagonisti di Progetto Changes. Dice Fabio Beltotto: “Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano di ricercatrici e ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in uno strumento di scambio e conoscenza”.
12 gennaio 2026