
Un caleidoscopio rutilante. I colori si affastellano, si scompongono le figure, dettagli di una gamba in movimento, volti mischiati a braccia, figure di donne e di uomini frammentate man mano che dal primo piano si va sullo sfondo. Alla fine, il groviglio di corpi che si dimenano diventano piccoli rettangoli, in una scomposizione frenetica dello spazio. Sorprende la grande tela di Gino Severini, il maestro toscano che fu fra i firmatari del Manifesto del Futurismo lanciato a Parigi da Marinetti, che torna dopo trentacinque anni in Italia. E’ il piatto forte della mostra che Cortona, città natale di Severini, dedica al suo pittore moderno più celebre, un vanto per un po’ messo da parte, forse offuscato dall’altro grande della pittura concittadino, Signorelli.
Ma adesso la città etrusca accende i riflettori sul suo artista internazionale, che se ne andò a sedici anni a causa di un “fattaccio” scolastico, che si recò a studiar pittura a Roma, che ventenne si trasferì a Parigi – respirando l’aria internazionale e intellettuale della Ville Lumiere, e facendosi contagiare dallo spirito delle avanguardie – che attraversò le stagioni del cubismo, del surrealismo, del futurismo, del ritorno al classicismo e che dal secondo dopoguerra tornò a passare le estati nel luogo dove nacque. Cortona dunque rende omaggio a Severini in occasione del quarantacinquesimo anniversario dalla morte esponendo al MAEC ottanta opere. Tra le quali appunto spicca “Danse du Pan-Pan à Monico” giunto dal Centre Pompidou. “Colpaccio” di Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva, le curatrici della rassegna. Perché quest’opera di grande formato, quattro metri di lunghezza, abbagliante nei colori, è da sindrome di Stendhal per svariati motivi: il dinamismo della complessa costruzione, che calamita lo sguardo e illude lo spettatore di stare in mezzo alla calca di quella danza sfrenata in uno dei templi parigini della Belle Epoque, il Monico appunto; l’abilità dell’autore di compendiare i modi del cubismo e quelli del Futurismo; la vicenda della tela, realizzata nel 1911, lodata da Guillame Apollinaire (“l’opera più importante dipinta da un pennello futurista”), venduta in Germania nel 1912, scomparsa probabilmente durante la seconda guerra mondiale, rifatta da Severini nel suo studio a Roma negli anni 1959-60 basandosi sulle fotografie e sui documenti del proprio archivio. A conferma dell’affezione di Severini per un lavoro legato al periodo più sensazionale della sua carriera, allorché si affermò la sua identità artistica, al punto che tra i personaggi della “Dans” si intrufola lo stesso autore, in un autoritratto in abito nero, mentre tutti gli altri sono vestiti di sgargianti colori.
A Parigi egli, nato nel 1883, frequentò il fior fiore degli scrittori, dei poeti, dei pittori e scultori – Picasso e Braque tra gli altri – e si immerse nella della capitale francese, luci, dinamismo, locali notturni, estro anticonvenzionale, provocazioni, invenzioni. Un bagno nella modernità: e appunto “Gino Severini. Modernità come dialogo” è il programmatico titolo della mostra, aperta fino al 1° novembre nelle sale del museo del MAEC (Museo dell’Accademia Etrusca della Città di Cortona) che ha il suo filo conduttore nella funzione di raccordo che il cortonese ebbe con le avanguardie europee, mediando soprattutto fra Cubismo francese e Futurismo italiano. Le ottanta opere esposte svelano i percorsi estetici di Severini, che si incamminò anche sulla via del ritorno al Classicismo, sicché al MAEC si possono vedere sia la “Danseuse (Ballerina+mare)” dove la figura si scompone e al tempo stesso restituisce il piglio del dinamismo astratto, sia il fascino delle nature morte cubiste, sia il richiamo ai trecentisti toscani in “Maternità”, vanto delle collezioni cortonesi, sia infine l’afflato delle opere religiose, derivato dal dialogo che Severini, riavvicinatosi alla fede nel 1923, volle favorire tra la Chiesa e la Modernità, decorando con pitture parietali alcune chiese svizzere: lavori documentati al MAEC attraverso immagini ad alta risoluzione. Non mancano poi i confronti con Boccioni, Carrà, Balla, Picasso, Vittore Grubicy de Dragon, Ardengo Soffici.
Anche il teatro ispirò Severini. Sicché in esposizione, oltre alla documentazione fornita dalla figlia dell’artista, Romana, troviamo documentate in modalità multimediale le pitture murali dello studiolo delle Maschere nel castello toscano di Montefugoni, omaggio alla Commedia dell’Arte condiviso con gli ambienti parigini d’avanguardia, compresi i Balletti russi di Diaghilev-Picasso.
Anche per questo una serie di eventi collaterali si sta svolgendo a Cortona. Come l’omaggio in danza a Severini intitolato “VARIOPAINT”, nel quale le opere del Maestro prendono vita in un percorso che attraversa le sale del MAEC, escono nel cortile e si snodano fino a Piazza del Duomo. Altri appuntamenti, fino alla chiusura dell’esposizione, consisteranno in eventi teatrali, scientifici, conviviali, dagli aperitivi alle degustazioni a tema.