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3 giugno 2026,
di Lidia Lombardi

La rosa di Francesca Leone

Una rosa color giallo elettrico, sbocciata sulla pietra capitolina per antonomasia, il travertino. Grande e turgida, si è schiusa tra le centinaia di corolle che si mostrano - chi sfiorita, chi resistente al caldo e alla pioggia, chi pervicace ad aprirsi ancora – nel giardino più iconico, il Roseto Comunale di Roma, dove ogni anno si premia un fiore ibridato sensazionale, mandato al concorso dopo una decina d’anni di esperimenti.

Dunque, la rosa giallo elettrico. Specie unica, come il nome: “Quel che resta”. Fatta non di vellutati petali vegetali. Ma ricavata da una lamiera contorta dal fuoco, da un incendio pernicioso. E infatti “Quel che resta” di quel tossico rogo è l’opera realizzata da Francesca Leone, scultrice e pittrice cresciuta e formatasi nel mondo dell’arte e del bello, figlia com’è di Sergio Leone e allieva dell’Accademia di Bella Arti. L’ultima sua fatica l’ha donata appunto al Roseto della Capitale. “Opera pubblica” l’ha definita l’assessora alla Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti del Comune di Roma, Sabina Alfonsi, nella cerimonia di scoprimento del lavoro. Opera pubblica e sociale, perché quel pezzo contorto di ferro Francesca Leone lo ha scelto durante una triste ricognizione insieme con l’assessora Alfonsi nel terreno occupato a Centocelle da uno sfasciacarrozze abusivo, piaga decennale del quartiere, terreno e carcasse di automobili andate a fuoco, generando fumo scuro e inquinante.

Adesso quel territorio degradato eppur tanto popolato si è configurato come PAC, Parco Archeologico di Centocelle. Spiega l’assessora: “Le materie prime trasformate in opera d’arte da Francesca Leone provengono dal parco nella zona est della Capitale: sono stati usati i materiali rimossi a seguito del grande incendio del 2022 che ha colpito un’area per troppo tempo occupata dagli autodemolitori. Come Amministrazione siamo intervenuti rimuovendo tutte le attività incompatibili con il parco e avviando un lavoro di rigenerazione per restituire ai cittadini un polmone verde di 120 ettari. In particolare, nell’area degli ex autodemolitori, lungo via Palmiro Togliatti, è stata effettuata la rimozione di asfalto e cemento e, reso il terreno permeabile, sono stati messi a dimora sessanta nuovi alberi”.

Francesca Leone, emozionata per il risultato ottenuto, non solo l’opera in sé ma la destinazione pubblica e il messaggio etico che essa reca, ha raccontato il processo che ha guidato il suo lavoro, nato per risanare “una ferita della città”. “Ho voluto trasformare quella materia bruciata in un’area segnata dall’abbandono. Il metallo ossidato e deformato dal fuoco è così diventato una scultura pubblica. La rosa di metallo non è un elemento appoggiato sulla pietra, ma nasce da un blocco di travertino romano, scolpito come una roccia, formando con esso un unico corpo”. Eccola allora quella pietra, ottenuta con il contributo di STR, la Società del Travertino Romano. “E’ la pietra simbolo di questa città, e diventa così parte viva della mia opera: accoglie la materia ferita e la trasforma in una nuova presenza. Anzi, la rigenera trasmettendo un messaggio: la rinascita è possibile”.

E infatti Alfonsi e Leone non escludono che “Quel che resta” possa essere in futuro spostata temporaneamente dalla sua sede istituzionale – il Roseto Comunale di Roma – per apparire appunto nel luogo dove tutto è cominciato, in quella fetta di Centocelle dove – ed è stata anche una conquista dei comitati di quartiere – è nata da un disastro ambientale.

 

 

 

 

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