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9 giugno 2026,
di Ruggero Marino

Sale, iodio e poesia

Una tavolozza incastonata nel mare. Un borgo di case come una manciata di coriandoli. Facciate e pareti a colori delicati. A circa 3,4 chilometri dalla terraferma. È Procida, l’isola vulcanica fatta di barche di pescatori e di baie ora sabbiose ora con rocce a perpendicolo, che fa parte delle isole Flegree. Con le torri di avvistamento diventate in seguito il simbolo dell’isola. Procida è il frutto affascinante di quattro diversi vulcani, risalenti ad un arco di tempo tra 55.000 e 17.000 anni fa, oggi spenti ed in larga parte sommersi. Una superficie di soli 3,7 chilometri quadrati con tre porticcioli. Un perimetro di 16 chilometri, diviso in 9 contrade, dette grancie, e un cordone ombelicale che la collega all’isoletta di Vitara, tramite un ponte. Un’area marina protetta chiamata Regno di Nettuno.

Il nucleo storico è rappresentato dal borgo di Torre Murata. Con il palazzo d’Avalos che è stato reggia e carcere. Il porto rappresenta invece il cuore del villaggio fra negozi di artigianato, bar e boutique oltre a punti di noleggio per motorini, biciclette, minicar e imbarcazioni. Ma a piedi si possono tranquillamente percorrere cortili, scalinate e piazzette dove il tempo si è fermato per un turismo lento e informale.

Fra le spiagge una delle più belle è sicuramente la spiaggia del Pozzo Vecchio, famosa per il film “Il postino”. Qua nascono l’amore fra Massimo Troisi, che morirà a riprese finite, e Maria Grazia Cucinotta. Qua gli incontri e i colloqui con il poeta cileno Pablo Neruda. E ancora la Spiaggia della Chiaia che si raggiunge con un sentiero di 186 scalini e quella della Chiaiolella dal litorale più lungo.

L’assegnazione di capitale italiana della cultura nel 2022 ne attesta anche la vocazione
poetica. Nel ricordo del poeta russo Josef Brodskij, Premio Nobel nel 1987:

Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.
Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco una stella.

Mentre Elsa Morante, alla fine degli anni ’50, vinse il Premio Strega con il suo capolavoro,

“L’isola di Arturo”. Alle sue pagine la parola:

Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie […] Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra le grandi scogliere... A sinistra di questa piazza, in fondo a un ripido valloncello lastricato, un cancello sbarrava l’accesso a una vasta corte gialla e nuda, in cui si levavano enormi fabbricati rettangolari. Sul cancello si leggeva la scritta “Casa di pena” intorno a un rilievo colorato di Santa Maria della Pietà. Quella era l’entrata del Penitenziario. Da quel punto, attraverso certe fabbriche basse protette da muraglie, la collina delle prigioni saliva, dietro alla Piazza Centrale, fino al Castello antico che si vedeva torreggiare, a destra, al di là del piccolo borgo ammucchiato ai suoi piedi.

Vi soggiornarono anche Vasco Pratolini ed Alberto Moravia, che fu il marito della Morante per 20 anni. Un tempo l’isola fu dimora di patrizi romani e di coltura della vite. Quando prima di tagliare i frutti maturi si facevano sacrifici a Cerere, dea della terra, con un’agnella o una scrofa. Qua, secondo il mito greco, si svolse la lotta tra i giganti e gli dei e mentre Tifeo e Alcioneo finirono sotto il Vesuvio ed Ischia, Mimante finì sotto l’isola di Procida. Giovenale, nella terza delle sue “Satire”, ne parla come di un luogo consigliato per un soggiorno solitario e tranquillo.

Nel Medioevo divenne luogo di rifugio per le popolazioni in fuga dall’invasione longobarda e in seguito dalle scorrerie dei pirati saraceni. Fino al feudo dei Da Procida, da cui il nome dell’isola, con Giovanni da Procida consigliere di Federico di Svevia. In seguito il feudo passò ai Cossa, con quel Baldassarre eletto antipapa nel 1410 con il nome di Giovanni XXIII. In seguito, nel 1799, l’isola prese parte alle sommosse che portarono alla proclamazione della Repubblica napoletana. Con il ritorno dei Borbone, dodici procidani, appartenuti alle famiglie più influenti, furono impiccati nella piazza dove era stato alzato “L’albero della libertà”.

Arrivando ai nostri giorni e al motto “Procida, la cultura non isola”, le ultime parole sono ancora quelle di Elsa Morante:

L’isola, che stendeva, in basso, la sua forma di delfino, fra i giochi delle spume, coi fumi delle sue casette e il brusio delle voci, mi appariva lontanissima […] Al termine, la salita si slargava in una terrazza, che offriva su due lati la vista del mare aperto all’infinito, di una freschezza celeste. Qua sorgeva la gigantesca porta della Terra Murata, con la sua profonda volta di pietra, e le garitte per le sentinelle scavate nei pilastri…
Così l’isola sfuma nell’odore dei limoni, delle ginestre, del sale, dello iodio, fra i gabbiani e le reti stese ad asciugare come lenzuoli di un borgo che si sposa alla cenere, al tufo e all’azzurro del mare.

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