Sara Dellabella/AGI
9 giugno 2026,
di Lidia Lombardi

Capri canta

Sara Dellabella/AGI

Peppino di Capri, che oggi ha ottantasei anni ma che conserva la verve del cantautore dell’Italia del boom, è un simbolo. Della creatività musicale italiana, della capacità di stupire, per quel suo essersi fatto da solo, prima cantando e suonando poco più che adolescente nei night isolani (comprese le “trasferte” a Ischia) con l’inseparabile amico Ettore Falconieri detto “Bebé”, poi a diciannove anni andandosene a Milano, con in tasca un indirizzo, quello della casa discografica Carish, chiamato da un dirigente che lo aveva notato una sera col microfono in mano, il pianoforte accanto, l’inconfondibile voce. È stata un’irresistibile ascesa, la sua. Uno svariare tra romanticismo e rock, indossando quelle giacche in lamé che hanno contribuito a disegnare il suo personaggio. Ora si racconta per Mag1861.

Maestro, lei è l’isola più bella d’Italia (e del mondo?) fatta persona. Capri che cosa significa per l’uomo Peppino?

Capri per me non è soltanto un’isola. È un modo di essere, uno stato d’animo. È il luogo dove sono nato, dove ho imparato a guardare il mare e ad ascoltare la musica del silenzio. Capri mi ha dato identità, ispirazione, malinconia e gioia. Ovunque io sia andato nel mondo, una parte
di me è sempre rimasta qui.

Appunto, ha girato il mondo riscuotendo lusinghieri successi. Ma mai ha scelto di vivere lontano dal luogo dove è nato. Perché?

Perché certe radici non si possono tradire. Ho avuto la fortuna di vivere esperienze straordinarie, da New York all’America Latina, passando per Londra e tantissime altre città, ma ogni volta sentivo il bisogno di tornare al mio mare, ai miei profumi, alla mia lingua. Capri e Napoli mi hanno sempre restituito la verità delle cose.

La sua casa d’infanzia è nel borgo di Santa Teresa, centro storico dell’isola: cosa vedeva dalle finestre il piccolo Peppino, capace di suonare il pianoforte a quattro anni?

Vedevo una Capri molto diversa da quella di oggi. Più silenziosa, più autentica. Sentivo la voce della gente del borgo, il rumore del mare nelle giornate di vento, le serenate la sera. La musica faceva parte della quotidianità della mia famiglia: mio nonno, gli strumenti, le canzoni… è stato tutto molto naturale. Il pianoforte per me non è mai stato un obbligo, ma un gioco meraviglioso.

“Duo caprese” il suo primo gruppo, poi “I Capri boys”, poi “Peppino di Capri e i suoi rockers”. Mai rinnegate le sue origini…

Le origini sono una forza, non un limite. Capri mi ha dato un’identità precisa e riconoscibile. Anche quando facevamo rock’n’roll o twist, dentro quella musica c’era sempre il Mediterraneo, Napoli, Capri. “Luna caprese”, ad esempio, non è soltanto una canzone: è una dichiarazione d’amore alla mia terra.

Come nacque l’idea di modernizzare la canzone napoletana?

Da ragazzo ascoltavo di tutto: le grandi melodie napoletane ma anche la musica americana che arrivava dall’estero. A un certo punto ho capito che quelle due anime potevano convivere. Così ho iniziato a reinterpretare la tradizione con ritmi nuovi: mambo, cha cha cha, twist, rock. Ed era un modo per portare la canzone napoletana nel futuro senza tradirne l’anima.

Qual è il ricordo più bello legato alla sua isola?

Difficile sceglierne uno solo. Ho vissuto momenti incredibili, incontrato persone straordinarie, artisti, attori, capi di Stato. Ma i ricordi più belli sono quelli semplici: le estati da ragazzo, le serate in piazzetta, le prime esibizioni, gli amici. Capri ha sempre avuto una magia speciale, soprattutto di notte.

E del Festival di Sanremo, al quale ha partecipato quindici volte, un record, vincendone due?

Sanremo ha rappresentato una parte importantissima della mia vita artistica. Ogni partecipazione è stata un’emozione diversa. Vincere è bellissimo, certo, ma ciò che resta davvero è l’affetto del pubblico. Ancora oggi, quando sento certe canzoni, rivivo quelle emozioni come fosse ieri.

Un film tv su di lei, “Champagne – Peppino di Capri”, andato in onda lo scorso anno, quando ha ricevuto le chiavi della sua città. Che effetto le ha fatto ripercorrere la sua vita?

È stato molto emozionante. Rivedere la mia storia raccontata sullo schermo mi ha fatto capire quanta strada ho fatto. Ho provato gratitudine, soprattutto. Per la musica, per il pubblico, per la mia famiglia. E anche tenerezza per quel ragazzino che suonava il pianoforte nei locali di Capri senza immaginare tutto quello che sarebbe successo.

A quale canzone è più affezionato, Maestro?

È una domanda difficile perché ogni canzone rappresenta un periodo della mia vita. “Champagne” sicuramente mi ha dato tantissimo ed è diventata quasi un simbolo. Ma sono legato anche a “Nun è peccato”, “Roberta”, “Un grande amore e niente più”. Alcune canzoni non ti appartengono più: diventano patrimonio delle persone.

Lo scorso agosto, a sorpresa, ha cantato durante una serata-evento alla Certosa di Capri. Ci sarà una replica nell’estate 2026?

Mai dire mai. Capri per me è sempre una tentazione meravigliosa. Cantare alla Certosa è stato molto coinvolgente perché certi luoghi hanno un’anima speciale. Se ci sarà l’occasione giusta, e soprattutto il calore del pubblico, tornare ad emozionarsi insieme sarebbe bellissimo.

 

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