
Un palazzo blasonato, elegante barocco settecentesco. Lesionato, offeso, ferito dal terremoto del 2009. Risanato, restituito alla leggerezza delle sue candide linee curve. E trasformato in opificio di cultura, propulsore di idee e sentimenti per la città. Una sciagura risarcita – se mai si può risarcire completamente quanto ha cancellato anche in termini di vite un sisma - dalla nascita, su iniziativa nel 2015 dell’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, di un nuovo polo museale. E’ la parabola di Palazzo Ardinghelli, da cinque anni esatti inaugurato come sede del MAXXI l’Aquila, sezione di quel MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del Ventunesimo Secolo - che a Roma, in via Guido Reni, espone il contemporaneo sotto la veste architettonica cucita addosso alle vecchie caserme da Zaha Hadid.
Un’icona della rinascita del capoluogo abruzzese, il MAXXI, già capace di coinvolgere il territorio e di generare creativa consapevolezza. E dunque, una bandiera per l’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Mag 1861 ne parla con Maria Emanuela Bruni, che presiede il doppio museo dell’arte contemporanea, a Roma e in Abruzzo.
Presidente, che anno sarà il 2026 per il Museo dell’Aquila?
“Stiamo preparando mesi di iniziative non solo prestigiose ma capaci di coinvolgere l’intera città, uscendo dalle antiche mura di Palazzo Ardinghelli. Il nostro ruolo è essere un ponte tra le eccellenze del territorio e la scena artistica nazionale e internazionale, stimolare il tessuto creativo locale e proiettarlo in un contesto più ampio, accendendo al contempo i riflettori del mondo artistico su ciò che succede in città. Una conferma, del resto, di MAXXI l’Aquila come spazio aperto alle persone, e lo testimonia fisicamente e non solo simbolicamente il suo cortile, aperto su due lati, praticabile anche dai passanti, luogo di raduno, persino per i bambini che qui giocano, al pari di quanto avviene nello spazio esterno della sede di Roma”.
Una praticabilità urbanistica e intellettuale, dunque. La mostra in corso su Andrea Pazienza ha acceso la curiosità del pubblico.
“E’ una rassegna che ha quasi costituito un antefatto, e un volano, perché è stata inaugurata lo scorso dicembre, a ridosso dell’avvio ufficiale della Capitale della Cultura. Segue l’artista nell’arco della sua vita, squarciando i lavori della giovinezza, quando ancora non era approdato al fumetto ma realizzava opere con tavole a china, acquerelli, pennarelli. Abbiamo esposto anche un pezzo che considero con emozione altamente simbolico: il suo primo contratto di lavoro, redatto quando aveva neanche dieci anni da un’associazione cattolica pescarese che gli commissionava la grafica per alcune pubblicazioni. Ecco, questa è una rassegna – ma lo stesso è accaduto l’altr’anno con True Colors - che dialoga con il pubblico: il 40 per cento dei visitatori è venuto da fuori l’Aquila e l’hanno affollata i residenti, per i quali è previsto l’ingresso gratuito”
Nel segno di un legame stretto con la comunità.
“E’ un faro della nostra politica culturale e i cittadini danno segno di gradimento. Palazzo Ardinghelli non propone solo arte, ma presentazioni di libri, documentari, talk, laboratori, con attenzione particolare ad associazioni e istituzioni del territorio”.
E veniamo alle proposte per la Capitale della Cultura 2026.
“Si parte il 28 aprile con Aftershock, protagonista Al Weiwei. E’ una mostra tutta targata MAXXI, a cura di Tim Marlow, che esplora decenni di carriera dell’artista cinese trattando temi come disastri naturali, conflitti e corruzione attraverso sculture, installazioni e film. Fino a settembre nell’asilo del Palazzo ex OMNI sarà di scena l’architettura abruzzese del Novecento. E poi il ritorno di Marinella Senatore, già presente con una intera sala nell’esposizione della scorsa primavera, appunto True Colors, tutta giocata sui tessuti d’artista. Come allora la Senatore stimolò la creatività dei residenti raccogliendo stendardi da loro dipinti e scritti, testimonianze di dolore e speranza, ora con SOND – The School of Narrative Dance – attua un progetto di ricerca sul territorio che trasformerà la città in un palcoscenico diffuso grazie alla sua équipe e alle associazioni locali, da quelle musicali a quelle dell’artigianato. Una sorta di parata che attraverserà l’Aquila il 7 giugno, e che sosterà in una serie di stazioni, intese come punti fermi della performance”.
Una tradizione, quella del MAXXI l’Aquila, che durante l’estate esce da Palazzo Ardinghelli.
“E’ una prova della sua vitalità e del ruolo di hub di idee per la città. Del resto a settembre lavoreremo in coproduzione con il Comune per la mostra dedicata a Fabio Mauri, nel centenario della nascita, curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini. Ripercorrerà il ventennio in cui Mauri ha insegnato Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. E prevede due perfomance da lui immaginate e reificate da Cattelan”.
Ora poi è possibile una sinergia ideale con il Museo Nazionale d’Abruzzo, anch’esso recuperato dopo i danni del sisma. Dallo scorso dicembre è tornato nella sua sede originale.
“Un recupero totale che vivo con gioia. Il Forte Spagnolo, che lo ospita, è urbanisticamente collegato con Palazzo Ardinghelli, nel senso che entrambi sono allineati sullo stesso percorso. Si realizza così un asse d’architettura urbana tra il MuNDA, appunto Museo Nazionale d’Abruzzo, e MAXXI che si traduce in una unione ideale tra arte antica e arte contemporanea”.
Un rapporto tra i secoli passati e l’oggi che è plasticamente evidente al MAXXI: palazzo Ardinghelli, del XVIII secolo, ospita una delle opere site specific più suggestive, la Colonna nel vuoto di Ettore Spalletti che cala come un ponte verticale e metafisico, una sfida alla ricerca di equilibrio, dal cupolino della cappella tardobarocca.
“E’ un vanto per me. Mi sono formata sull’arte moderna, che appunto parte dal barocco per includere l’Ottocento, e ora guido un’istituzione di arte contemporanea. Ma la commistione è il segno che vogliamo dare ai nostri due musei. Sono, ripeto, spazi aperti oltre che ai visitatori, ai bambini - addirittura i più piccoli, i gattonanti - agli adolescenti, ai liceali, a coloro che ambiscono all’alta formazione post-laurea. La circolarità è poi nell’esposizione delle opere: la collezione è comune alle due sedi di Roma e dell’Aquila. Infine, il MAXXI è scevro, fin nella sua idea iniziale, dalla musealizzazione: non c’è esposizione permanente ma opere che vengono alla ribalta per testimoniare il passaggio del tempo, a seconda della contingenza, che può riguardare l’architettura, la fotografia, il tessile…In questo modo il colloquio con il pubblico è dinamico, vivace”.
In sintesi, quale impronta vuole dare alla Fondazione MAXXI, che presiede dal marzo scorso?
“Il segno della massima apertura e della costante e continua innovazione. Ad esempio nella sede di Roma, e precisamente nella Galleria n.5, quella in alto, arricchita dalla suggestiva vetrata voluta da Zaha Hadid, si propongono spettacoli in cui le arti visive dialogano con la musica dal vivo. E’ avvenuto con Bob Wilson e William Kentridge. Il primo ha scelto Mother come tema partendo dalla Pietà Rondanini da lui immersa in un rigoroso spartito di luce e associata alle note dello Stabat Mater di Arvo Part. Il secondo ha realizzato un cine-concerto musicato da Philip Miller nel quale coniuga il suo fregio effimero sui Muraglioni del Tevere ad un’opera processionale dedicata al popolo africano invischiato nel disastro nella Prima Guerra Mondiale. E’ una formula immersiva ed emozionale che intendo incentivare proprio perché presenta insieme diverse declinazioni delle arti contemporanee”.