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5 novembre 2026,
di Lidia Lombardi

Egitto e Roma, quanto ci parlano i ritratti Fayum di duemila anni fa

Quei grandi occhi neri, l’incarnato ora luminoso, ora più scuro, ora d’un rosa acceso. La barba, i riccioli composti sulla fronte o raccolti e fermati da uno spillone. E ancora i monili, le collane, i pendenti. Primi piani che ti fissano, che paiono dirti. “Sono io, questo è il mio nome, guarda le mie vesti, ti raccontano i miei gusti, il mio stato sociale”. Si resta ipnotizzati di fronte ai ritratti del Fayum, regione egiziana a 130 chilometri a sud ovest del Cairo, che dal primo secolo dopo Cristo, dopo la sconfitta di Antonio e Cleopatra e la conquista da parte di Roma, produsse, per un arco di tempo limitato, non oltre il III secolo, piccole pitture a tempera o a encausto, su sottilissime tavole di legno, che ritraevano il volto di un defunto e che venivano collocate sulle mummie, sopra il collo, fermate da bende. Un catalogo di volti – e di storie – che oggi è possibile vedere a Roma, nel Museo dell’Ara Pacis, in una mostra che si apre il 5 novembre, per durare fino al 2 maggio 2027, intitolata “Il potere del ritratto – Egitto e Roma”.

Un’esposizione sensazionale per la fragilità e la rarità dei reperti: di ritratti del Fayum se ne conservano poco meno di mille in tutto il mondo e sono delicatissimi, perché realizzati su tavolette (di tiglio, di fico sicomoro, e di altre specie locali) spesse pochi millimetri.

“Sulle 123 opere esposte, dall’Egitto ne arrivano cinquanta – quantifica Claudio Parisi Presicce, curatore della mostra insieme con Laura Petacco – compreso il Museo di Antichità Egiziane del Cairo, dal quale non sono finora mai usciti a causa della loro fragilità. Altri analoghi reperti arrivano dagli States – Getty Museum e Metropolitan di New York – dal British Museum di Londra, da Stoccarda. Dal Louvre di Parigi ventitrè opere, tra tavole e rarissimi sudari dipinti in lino”. E poi le maschere poste sulle sepolture tolemaiche in Egitto e su quelle di Roma, e i ritratti in marmo dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, fino ai calchi rari della Tomba dei Valerii, rinvenuta sotto la Basilica di San Pietro e messi a disposizione dai Musei Vaticani, a documentare l’intero processo: dall’impronta presa sul viso del morto fino al marmo celebrativo.

Tutte opere che testimoniano la centralità del culto dei defunti nei secoli antichi. E soprattutto l’affezione che lega chi resta a chi non c’è più. Ma in declinazioni differenti: in Egitto le maschere erano ieratiche, idealizzate. L’arrivo dei Greci, dopo Alessandro Magno, introduce l’ecletticità dell’Ellenismo. Infine, l’influenza di Roma fa virare la pittura decisamente verso il realismo. Le cinque sezioni dell’esposizione illustrano passo passo questa evoluzione, accostando i lini dipinti, le mummie intarsiate di motivi astratti, le sculture romane, infine le facce del Fayum, che “sanno di vita più che di morte”, fa notare Laura Petacco.

E infatti quelle facce non tramandano solo la fisionomia, piuttosto testimoniano l’accettazione, e l’imitazione, da parte di uomini e donne egiziani dei costumi romani. A Roma la moda del ritratto arriva dai ceti altolocati, per tramandare cariche e cursus honorum, fino ai liberti; in Egitto coinvolge ancora di più, perché si vuol far emergere il ruolo e lo status di ciascuno nella società cosmopolita. E l’importanza dei legami affettivi. Di questi fornisce testimonianza il pezzo più pregiato dell’esposizione: il cosiddetto Tondo dei Due Fratelli, uno dei massimi capolavori della pittura antica. Al Cairo è stato restaurato da esperti italiani ed egiziani. Ora vediamo accostate le due tavole combacianti che raffigurano due uomini, l’uno all’apparenza più giovane dell’altro.  “Chi fossero resta un mistero – dice Parisi Presicce – due fratelli, un padre e il figlio, un maestro e il suo discepolo, due amanti?”. Quel che conta è che hanno voluto essere insieme anche dopo l’addio al mondo. E qui il curatore solleva un altro interrogativo: “I ritratti venivano realizzati dopo la morte o prima, magari appesi nelle case, come si potrebbe supporre da un cordino attaccato a uno dei reperti?”. In questo caso si capirebbe l’attenzione alla connotazione di sé indicata al pittore.

Così Eirene parla anche della propria famiglia: il suo nome compare sulla tavola insieme con la preghiera con cui i suoi cari - Silvanus e Senpnoutis, lui romano, lei egiziana - affidano la sua anima a Osiride-Socar. Ed ecco Isidora, il cui nome è dipinto sul lino che la circonda e identifica l’anonimo pittore come “Maestro di Isidora”. La capigliatura è raccolta a chignon, ricchi gli ornamenti, tra cui orecchini pendenti detti “crotalia”, impreziositi da perle. Il confronto con monili provenienti dagli scavi di Pompei ed esposti in vetrine contigue ribadisce la diffusione capillare della moda irradiata dall’Impero e il desiderio dei conquistati di sentirsi cittadini romani.

Ci si commuove davanti al doppio ritratto di una madre e della sua piccola: Demos è morta a 24 anni, la figlioletta indossa una collana di pendenti a forma di mezzaluna, le “lunulae”, amuleti associati alla protezione delle bambine. E promana carisma quello di un soldato barbuto – anche in questo caso i modelli provenienti dalla Caput mundi spopolano -conservato all’Ethon College, o quello di un altro personaggio con la clava e il ramoscello d’ulivo (Getty Museum) e, ancora, dello sconosciuto caratterizzato da un neo sul naso (Metropolitan di New York).

Desta stupore un ritrovamento eccentrico: questa volta sulla tavoletta lignea non è raffigurato un defunto ma un giovane nel fiore dell’adolescenza. Ad Illustrarlo l’egittologa Paola Davoli, Università del Salento, che da trenta anni fa parte di una missione archeologica nel Fayum. “L’opera non è stata ritrovata in una necropoli ma in un’area sacra, durante uno scavo tra piccoli insediamenti e templi. Alta 32 centimetri, dipinta a tempera, forse lo sportello di un piccolo mobile. Assai ben conservata, perché il clima asciutto e la sabbia del deserto favoriscono la salute dei reperti. Scavatori clandestini l’avevano dissotterrata ma poi l’hanno lasciata lì. Ritrae un giovinetto di quattordici anni con una treccia, tipica di una élite di origine greca. Proprio nella sua età i ragazzi erano sottoposti a una cerimonia che contemplava il taglio della treccia che veniva donata al Dio locale. E infatti nei pressi abbiamo anche trovato una treccia di capelli lunga quindici centimetri. Insomma, quel giovinetto di duemila anni fa avvolto in un mantello bianco a bande rosso scuro era il protagonista di una festa dedicata a due divinità egiziane che sanciva il suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il ritratto di un ragazzo vivo nell’ambito del Fayum. Un rinvenimento tanto inedito da emozionarci".

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