Di fronte a un calendario che si stringe, complice la scelta di molti big di sfilare con format co-ed, la Milano Fashion Week Uomo Autunno/Inverno 2026 appena conclusa ha risposto con una narrazione densa, quasi introspettiva. Non è stata solo una passerella di abiti, ma un’indagine profonda su cosa significhi "vestire maschile" oggi, un dialogo costante tra ciò che ereditiamo e ciò che decidiamo di innovare.
L'aria di cambiamento si è respirata forte da Zegna. Con l’inizio dell'anno, Edoardo e Angelo Zegna hanno assunto la guida come co-CEO, segnando il passaggio alla quarta generazione. In passerella, il direttore creativo Alessandro Sartori ha trasformato il Palazzo Del Ghiaccio in un immenso "archivio dei ricordi". Tra armadi torreggianti che evocavano il guardaroba personale di Gildo e Paolo Zegna, i modelli si muovevano con un’eleganza dégagé.
Il focus? Capi fatti per durare. Cappotti squadrati dalle proporzioni generose, lane Shetland e tocchi di zaffiro hanno dato vita a una collezione che celebra il passaggio di testimone. "Cerco la meraviglia che si prova trovando un capo del nonno", ha spiegato Sartori, confermando che il vero lusso oggi è la permanenza.
Se Zegna guarda alla famiglia, Miuccia Prada e Raf Simons scavano nelle strutture del potere. La sfilata, ambientata in un palazzo "sezionato" dallo studio OMA, è stata una lezione di archeologia sartoriale. I designer si sono chiesti: cosa resta della camicia dell’uomo d’affari o del politico in un mondo che cambia? La risposta è nella trasformazione: polsini oversize, colletti che diventano scollature da T-shirt e colori vibranti che tolgono polvere e severità alle divise corporate. È una moda che non cancella il passato, ma lo interroga con urgenza politica e artistica.
Dopo vent'anni di assenza, Ralph Lauren è tornato a Milano, scegliendo l'atmosfera intima di Palazzo Ralph Lauren. Una sfilata "salotto" che ha mescolato il sogno della vecchia Hollywood, il denim vissuto e lo stile preppy. Un’antologia della "Ralphness" che ha dimostrato come, a 87 anni, lo stilista americano sappia ancora parlare alle nuove generazioni.
Atmosfera festosa anche per Paul Smith. Lo stilista britannico, prossimo agli 80 anni, ha presentato una delle sue collezioni migliori, merito, ha detto lui, del nuovo responsabile del design Sam Cotton, capace di guardare ai 5.000 pezzi dell’archivio Smith con "occhi nuovi". Il risultato è un mix eclettico tra sartoria anni '90, spalle anni '80 e ispirazioni poetiche alla Jean Cocteau.
In una Milano spesso dominata dai noti, Satoshi Kuwata (Premio LVMH 2023) si conferma l'astro nascente da monitorare. Con il suo marchio Setchu, ha portato in passerella una funzionalità poetica ispirata alla pesca in Groenlandia. Borse che diventano giacche, texture che ricordano i tatami giapponesi e volumi che proteggono come armature sciamaniche. La sua energia è la ventata di freschezza di cui la capitale della moda aveva bisogno.
La chiusura è stata un momento di pura commozione. La sfilata di Giorgio Armani è stata la prima dalla scomparsa del Re, segnando il debutto solista di Leo Dell’Orco. Non ci sono state rivoluzioni, ma una rispettosa evoluzione del DNA della maison: seta cangiante, trench fluidi e quel taglio ampio anni '80 che appare oggi più contemporaneo che mai. L’inchino finale di un Dell’Orco visibilmente commosso ha suggellato una settimana della moda che, pur tra mille interrogativi sul futuro, ha trovato nella propria storia la forza per continuare a sognare.
20 gennaio 2026
20 gennaio 2026