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21 aprile 2026

"Il piccolo puma dagli occhi bruni"

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“Un piccolo puma dagli occhi bruni”, questa la definizione di Goffredo Parise. Il classico bello e impossibile. Venuto dalla Libia, dove era nato nel 1934, dopo la fine della guerra, Mario Schifano approdò a Roma. Per diventare in seguito il principale esponente della “Pop art italiana.” In una parabola, che contrassegnò soprattutto gli anni 60-70.

 Iniziò a lavorare al Museo etrusco di villa Giulia, dove il padre era archeologo e restauratore.  Un “imprinting” artistico che si tradusse nelle prime opere che risentivano dell’“arte informale”. Per poi fare parte della “Scuola di piazza del popolo” con Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli … Gli ultimi due destinati , a loro volta, a completare il trio “pop” di maggiore successo.

 Era il tempo della “dolce vita”, della mondanità. Al caffè Rosati si sorseggiava un caffè con Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Federico Fellini. Il fascino del puma contagiò Anita Pallemberg, che lo introdusse a New York alla “Factory” di Andy Wharol, il vero re della “pop art” mondiale. Iniziandolo anche alle prima sperimentazioni con LSD.

E’ il periodo dei “paesaggi anemici” dove la natura viene interpretata in piccoli particolari accompagnati da scritte. Compaiono anche le rivisitazioni della storia dell’arte, che lo porteranno alle famose opere pittoriche sul “Futurismo”.

Irrequieto, poliedrico  e prolifico si dà anche al cinema sperimentale, alla musica psichedelica, alla pubblicità, alla fotografia, alla televisione con più schermi sempre accesi nel suo studio. Nascono i “monocromi”, con solamente uno o due colori su carta d’imballaggio. Sbocciano anche alberi, palme, biciclette, soli di un giallo alla Van Gogh. I marchi con La Coca Cola ed Esso. E’ fra i primi ad usare il computer  con le “tele computerizzate”.

“Il nocciolo tenero e sensibilissimo del suo animo”, come lo descrisse un critico , trova ora al Palazzo delle esposizioni a Roma un “revival”, a cura di Daniela Lancioni, con oltre cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere. Fino al 12 luglio.

C’è anche il polittico – quattordici tele di grandi dimensioni - che dipinse, su commissione dell’avvocato Gianni Agnelli, per la sala da pranzo della casa romana dell’Avvocato. Un trionfo di stelle, querce e ancora palme: Sostituirono una prima versione, “Festa cinese”, tutta rosseggiante con falci, martelli e sventolio di bandiere, che fu rifiutata..

Parallela alla vena sempre effervescente la vita spericolata e vip dai Rolling Stones alle sostanze stupefacenti, che lo perseguitarono tutta la vita, fino alla condanna che si concluse solo nel 1997. Poiché la droga” era solo per uso personale”. Il tipico “artista maledetto”.

Lo vidi nel 1979 in un periodo per lui buio, specie dal punto di vista mediatico. Era dimenticato, scomparso. Tranne che per Enrico Manera. Aveva organizzato l’incontro. Ci ritrovammo in un ristorante di Trastevere. Si era seduto al tavolo dove lo stavamo  aspettando: la barba trascurata, i jeans, il giubbotto, gli zoccoli. Dopo un poco chiese scusa e se ne andò. Evidentemente aveva bisogno di quel qualcosa che gli aveva procurato anche la condanna. Ci aspettava a casa, grato se gli avessimo portato un poco di frutta. E spiegò: “Parlano di me in un modo nel quale non mi riconosco. Mi viene la paranoia all’idea di uscire, all’idea di esser visto così. Forse però hanno ragione loro, sono realmente lo str… del quale parlano e allora  è talmente vergognoso  che non ho neanche più la forza di uscire”.

Entrammo in una sorta di bunker, in uno spazio-sogno-incubo. Colate di tende alle finestre oscurate, stanze immense e vuote, un mobile, un letto a baldacchino, tele bianche, manifesti alle pareti, bottiglie e cicche sulla moquette, filari di barattoli di vernice, mazzi di pennelli. Anche la sua camera era una sorta di ripostiglio-soffitta con un altro baldacchino stile impero, la stoffa aveva i colori della bandiera francese.

Perché quella fuga? “ Non è poi una cosa così accanita, non è nemmeno timore di uscire. E’ la certezza piuttosto che non ci sono troppi luoghi da frequentare. Una scelta che ha una sua armonia. Io non sono mica ricco, non ho niente, ma ci sono persone che hanno interessi su di me. Io lavoro dal 1960. Ormai quello che sono, sono. In questo senso mi sento realizzato. Non mi sento giovane . Da quando il primo quadro ha avuto successo ed è stato comprato esisti sempre. Non sfuggo a questa realtà. Inutile pensare, birichino, non dipingo più. Certo c’è una richiesta più brutale, commerciabile, un’attività seriale di tipo sgradevole. E’ anche umano, si va a cicli. Ma il mio lavoro germinale ha sempre qualità. Io so in partenza cosa viene”.

Più che un’intervista fu un lungo sfogo: “Come costante c’è sempre il vedere, l’avidità del guardare con tutti i mezzi in una totalità che respinge il mezzo castrante. Non potrei ridurmi a fare cose di maniera. In fondo sono sempre il cervello, l’occhio, il braccio che guidano tramite il dito. E poi fotografia e cinema sono linguaggi più completi, assoluti. Il cinema somiglia all’uomo più della pittura. La fotografia è forse più sofisticata, meno popolare, ma capace di maggiori significati più della pittura”.

E’ stato in carcere, in una casa di cura: “Certo che ho sofferto, ho sofferto moltissimo, si può immaginare, anche se per la società avevo l’alibi di essere l’artista. Ma sono sicuro di non essere mai apparso una figura equivoca. Sono fortissimo, sono fragilissimo. Io sarei l’essere umano. Come tutti:”

Disarmato e inerme come pochi. Il puma è nudo. La vita spericolata spense gli occhi bruni in un gennaio del 1998 per un infarto.

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