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1 gennaio 2026,
di Stefano Rissetto

CoreoComiche

Danzavano divertendo e divertendosi, quei tre, alla fine di un programma che, per come si è inciso nella memoria collettiva, sembra essere durato anni e invece erano state soltanto sei puntate, registrate negli studi di corso Sempione e trasmesse in bianco e nero dalla Rai nell’autunno del 1973, tra novembre e Natale. Erano il dottore e i suoi saltimbanchi: Vincenzo Jannacci, “medico e artista” come ha fatto scrivere per il Famedio, Cochi Ponzoni “il poeta” e Renato Pozzetto “il contadino”. Misero in scena, per chiudere quel pezzo epocale di storia della TV e anche della cultura popolare, quel gioiello della “Canzone intelligente”, qualcosa che spiega a meraviglia perché un regista che lo aveva visto giovane avesse scorto in Jannacci qualcosa di Chaplin. Avanzavano e retrocedevano nel teatro di posa, abbracciati a falange, con versi definitivi come “La casa discografica adiacente / veste il cantante come un deficiente / Lo lancia sul mercato / sottostante”, dove il vero colpo di genio è il participio finale che scompensa surrealmente il significato.

Si scrive Jannacci, si legge Dario Fo. Quando a Stoccolma decisero di premiare il “giullare e pittore”, altra autoiscrizione al Monumentale, ci fu chi ritenne che tra le opere del Nobel 1997 brillasse proprio la collaborazione con l’amico medico, da “Ho visto un re” a “La luna è una lampadina” a “Aveva un taxi nero” fino alla rielaborata “Vengo anch’io no tu no”. E risalgono al cupo 1977 i prodromi di una schermaglia a distanza tra Raimondo Vianello e Dario Fo. Il primo, nella trasmissione “Noi no”, si era inventato una bieca e perforante parodia del teatro impegnato di quel tempo, costringendo i compari Enzo Liberti e Tonino Micheluzzi a indossare calzamaglia nera e cilindro, in una danza ritmata sulle note del Moritat dell’“Opera da tre Soldi”, caposaldo della ditta Brecht-Weill. Sulla sponda opposta, ma che una volta era stata comune, il teatrante varesino, che aveva appena riavuto via libera dall’azienda TV di Stato dopo un lungo embargo, per proporre il suo “Mistero Buffo”, anch’esso in bianco e nero, ottenne dal compositore Fiorenzo Carpi una giocosa ballata circense, “Ma che aspettate a batterci le mani”, in cui Fo ridanciano come non mai provava tra le altre gag un bizzarro accenno danzante, abbracciato a un partner improbabile come un bassotuba di ottone.

Gli anni settanta tra pubblicità e tormentoni

Già, gli anni Settanta, pieni di veleni e contravveleni. Ne spuntavano anche nelle pubblicità televisive, anche a passo di danza. La faccenda riguarda i fratelli Mario e Pippo Santonastaso, che per reclamizzare l’insetticida Superfaust erano stati chiamati a inscenare una danza evocativa del passo dell’oca. Erano pure i tempi delle Sturmtruppen bonviane, in divisa militare tedesca naturalmente. Quello che allora non si poteva prevedere è che quella danza, opportunamente rimodulata, sarebbe diventata uno dei tormentoni da stadio storici inscenati dai tifosi dell’Hellas Verona, che ballando “La zanzara” qualche anno dopo sarebbero arrivati a vedere, anzi a toccare lo scudetto.

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