
Si parte verso le otto del mattino da Riva di Traiano. L’aria ha ancora quella freschezza che dura poco, qualcuno sistema le cime, qualcuno fa colazione al bar del porto guardando il mare. Mio figlio arriva sempre con l’aria di chi si è alzato troppo presto, ma appena saliamo in barca si adopera per mollare gli ormeggi, tirare dentro i parabordi e lasciare il porto. Mia figlia e la sua migliore amica sistemano gli asciugamani, ridono, si mettono la crema. Io cerco inutilmente di proteggere i capelli dall’umidità e dagli schizzi. Ci sono giornate che riescono in un’impresa quasi impossibile: mettere tutti d’accordo.
Per la mia famiglia sono le gite estive verso l’isola di Giannutri e del Giglio. Superata la diga foranea, i gabbiani e le berte sembrano fare a gara con noi. Restano dietro le notifiche, le scadenze. In mare aperto il tempo cambia materia, si allunga, respira. Ognuno trova il proprio posto, in silenzio. Una volta, un gruppo di delfini ci ha accompagnati per qualche minuto. Sono comparsi accanto alla prua, come se stessero giocando con la barca. Ogni estate, quando riprendiamo quella rotta, ci guardiamo intorno sperando di rivederli.
Giannutri appare quasi all’improvviso. Aspra, essenziale, un’isola selvaggia che sembra respingere tutto ciò che è superfluo. La villa dei Domizi Enobarbi, della famiglia dell’imperatore Nerone, domina ancora Cala Maestra con i resti delle terrazze sul mare, i mosaici consumati, le terme, le grandi cisterne per raccogliere l’acqua. Camminando tra quelle rovine si ha la sensazione di un tempo lento dove tutto convive.
Nessuno guarda l’orologio. Persino i ragazzi dimenticano il telefono. Bagni, tuffi, chiacchiere, il mare che cambia colore ogni ora. A mezzogiorno è trasparente, nel pomeriggio diventa blu profondo, verso sera quasi viola. Si mangia in barca, con il sale sulla pelle e il segno delle
maschere ancora sul viso.
La seconda sosta è spesso una caletta dell’Isola del Giglio nascosta tra i faraglioni. Da lontano si vede soltanto una spaccatura chiara nella roccia, poi entrando piano appare la spiaggia di ciottoli bianchi levigati dal mare. L’acqua lì è di un colore quasi lunare. Poco distante c’è una piccola grotta. Dentro cambia tutto: la temperatura, il rumore, la luce. L’acqua diventa nera e le voci rimbalzano sulle pareti.
Poi si ritorna verso Giannutri e quando il sole comincia a scendere arriva il momento dell’ultimo bagno. Sempre lo stesso rito. Si spegne il motore e si improvvisa uno snack. Ci si lascia cadere in acqua ancora una volta. Galleggiare al tramonto davanti a Giannutri dà una sensazione difficile da spiegare. Il Giglio si colora di rosa all’orizzonte, l’Argentario si scurisce lentamente, il mare riflette strisce arancioni e rame.
Al ritorno verso Civitavecchia, il sole resta alle spalle e illumina la scia della barca. La schiuma dei motori diventa dorata. Gli uccelli riprendono a seguirci, veloci, ostinati, leggeri. E mentre Riva di Traiano ricompare lentamente davanti a noi, penso sempre che la gita a Giannutri e al Giglio sia molto più di un giorno di vacanza. È una tregua, un viaggio mentale prima ancora che fisico. Una distanza che unisce. È anche per questo che abbiamo deciso di dedicare questo numero di Mag alle isole, a un’idea di bellezza che non ha bisogno di filtri, di velocità, di eccessi, che ci spinge a diventare la versione più autentica di noi stessi.