
C’è un confine sottile tra ciò che ci fa ridere e ciò che insinua un senso di sottile disagio. È proprio lì che si muove funambolicamente Salvami, mostro, l’one-man show teatrale e comico con cui Lorenzo Balducci porta sul palco i suoi celebri personaggi social, trasformandoli in un viaggio grottesco e irriverente tra cultura pop, fragilità umane e ossessioni contemporanee. Una prova d’attore eccezionale e impegnativa, attraverso cui Lorenzo rielabora e restituisce l’esperienza di attore “impegnato” tra cinema, teatro e televisione. Balducci raccoglie oggi il proprio percorso in una forma personale e spiazzante, capace di far ridere e, allo stesso tempo, interrogare.
Se guardo indietro, vedo un percorso che può sembrare caotico, ma nel senso più bello e costruttivo del termine. All’inizio avevo un’immagine molto rigida di me stesso: il classico attore drammatico, con modelli precisi, gli attori degli anni ’90, Leonardo DiCaprio su tutti. Col tempo quell’idea si è smaterializzata e si è arricchita. Oggi sento di avere molte più possibilità. Non solo il dramma, ma anche una natura comica che è diventata una seconda pelle. Per anni l’ho tenuta a distanza, per convinzioni che oggi sento lontane. Liberarmene ha reso il mio mondo, umano e artistico, molto più ricco.
Sì, senza dubbio. Avevo scelto di restare dentro un recinto comportamentale che mi impediva di essere davvero autentico. Questo ha avuto un prezzo, nella vita come nel lavoro. Uscirne è stato fondamentale: la libertà di espressione, in ogni senso, oggi è centrale per me.
Lo ricordo con grande lucidità. Avevo quattordici anni, durante il mio primo laboratorio teatrale. Provai una paura fortissima, mescolata a un’emozione enorme, la stessa che sento ancora oggi quando salgo su un palco. Era il 1998 e capii che quello spazio era necessario per me. Ero anche completamente rapito dal cinema e dalla televisione: non volevo solo guardare le storie, volevo starci dentro, viverle da protagonista.
No, non all’inizio. È arrivata più tardi, ma non è mai stata il fine. Oggi conosco una popolarità relativa, anche grazie ai social. Alcuni aspetti mi divertono, altri mi mettono a disagio. Mi piace essere riconosciuto per il mio lavoro, non inseguire la notorietà in sé. Non potrei mai accettare di essere famoso senza qualcosa di solido dietro. La popolarità, per me, resta la conseguenza di un lavoro costruito con impegno.
È successo in un momento di crisi, intorno al 2011-2012. Dopo anni intensi arrivò una fase di stallo e una grossa delusione professionale. Quella è stata la spinta per partire per New York, dove ho vissuto sei mesi lavorando come cameriere a Brooklyn. Poi sono arrivati il Messico, la Spagna – dove sono rimasto quasi tre anni – e Los Angeles. Sono state esperienze decisive, la mia salvezza in un periodo in cui fare l’attore non era più una certezza. Mi hanno aiutato a rimettere tutto in discussione. Se potessi tornare indietro, ne farei ancora di più.
Nascono in modo molto spontaneo, osservando quello che mi circonda. Racconto una “famiglia” immaginaria, che non ha nulla a che fare con la mia reale. Parto da piccoli tratti, piccole storture, e le porto all’estremo. Mi hanno influenzato il cinema spagnolo, la commedia inglese, il cinema demenziale americano. E poi guardo anche dentro di me: io sono piuttosto introverso e timido, molto lontano da questi personaggi. Ma quei mostri mi appartengono, li riconosco. È un modo per dare voce a una brutalità che esiste, senza coincidere con essa.
Sì, inevitabilmente. In quasi tutti i video – e nello spettacolo – c’è una vittima che arriva all’esaurimento. È una fotografia piuttosto fedele di ciò che accade quando si subiscono maleducazione, sopraffazione, aggressività. È qualcosa che mi interessa molto, perché è profondamente radicato nella nostra società.
Non in senso stretto, ma è la prima volta che porto in scena così tanti personaggi in un’ora e mezza. È stata una grande sfida tecnica: cambi rapidi di corpo, voce, energia. Per me, che convivo con questi personaggi da anni, è naturale; per chi guarda, forse, è meno evidente e più sorprendente.
Ci sono arrivato durante la pandemia, senza strategie. Ho sempre voluto restare un attore, anche lì. Raccontare storie, creare personaggi, recitare. I personaggi sono nati uno alla volta, sperimentando. E non ho mai rinnegato il mio percorso: posso fare commedia sui social e aspettare, allo stesso tempo, un ruolo drammatico al cinema. Infatti, è in arrivo un film, l’opera prima di una regista che ammiro molto, Lucia Calamaro, un progetto a cui tengo moltissimo.
So che per molti lo è ancora, e questo è molto grave. Per me non è stato un limite, anche se episodi di discriminazione esistono. Non mi sono mai pentito della mia scelta. Nascondere una parte così importante di sé sarebbe stato un danno enorme, umano e artistico. E credo che una visibilità autentica possa fare la differenza per chi è più giovane o più fragile di me.
Lo spettacolo continuerà a crescere, le date aumenteranno. E sì, il sogno è portare questi personaggi anche sul grande schermo, in una forma nuova, più narrativa. Sto già lavorando alla scrittura. Dirigere è un desiderio che ho da sempre: è un passaggio complesso, ma sento che è necessario.