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26 febbraio 2024
di Marco Patricelli

Si fa presto a dire influencer

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Follower, like, trend, copywriter, marketing? Un oltraggio fatto di parole e toni stranieri, lontani non nel tempo ma nella ragione di Gabriele d’Annunzio, l’autore che in assoluto ha utilizzato più termini del vocabolario del "bel Paese là dove il sì suona", e non essendo sufficienti a descrivere il suo mondo ne creò di nuovi. Sandwich, così lontano dalla dolcezza dell’idioma di Dante, lo ribattezzò tramezzino e fu un successo; con l’arzente al posto del francese cognac andò meno bene, ma probabilmente fu il suo unico fallimento, peraltro microscopico, in una carriera travolgente, fulminante, irripetibile.

 

A oltre un secolo e mezzo dalla nascita il Vate è riconosciuto come il primo influencer della storia, prototipo irraggiungibile: tutto ciò che faceva, che diceva, che toccava, che scriveva, diventava il verbo da seguire, da moltiplicare, da diffondere. I moderni leoni da tastiera? Dilettanti tecnologici rispetto a chi usava magistralmente la parola e la stilografica. Dita agili dovrebbero essere connesse a una mente sveglia, lucida, creativa per incidere e non per sfiorare appena vellicando facili suggestioni che svaporano in poco tempo.

 

I tweet di d’Annunzio erano fulminanti, una fabbrica inesauribile di slogan, uno strepitante fuoco d’artificio di immagini attraverso le lettere in meno di 120 caratteri. Ma davvero molto di meno. Avesse avuto un computer per percorrere le infinite strade del web avrebbe incarnato, in solitudine, il Grande fratello orwelliano con finalità però estetiche e di pensiero. Il Poeta pescarese non seguiva le mode: le creava; non le rimodulava: si faceva imitare; non le adattava: le sconvolgeva. Gli uomini si facevano crescere il pizzetto come lui sognando un’impossibile emulazione, le donne leggevano di nascosto i suoi libri messi all’indice dalla Chiesa, col fascino proibito di chi osava l’inosabile.

 

 

Il destino scritto nel nome, più elegante del Rapagnetta di sangue familiare abbandonato grazie all’adozione del padre, che il divin Gabriele nobilitò sminuendo la “D” in minuscolo e ingigantendo così il suo potere di seduzione. Era un provinciale borghese a suo agio con i panni dell’aristocratico, perché l’abito faceva eccome il monaco, e i suoi abiti di alta sartoria artigianale abruzzese (che sarà trapiantata con successo a Napoli e a Roma) erano modelli di stile e di ricercatezza: quello che indossava d’Annunzio era il nuovo che avanzava, o ci si adeguava a lui o si rimaneva fuori.

 

Cosa puoi aspettarti, d’altronde, da uno che nel 1880, per lanciare il primo libro di poesie, appena diciassettenne fece pubblicare la notizia della propria morte per una caduta da cavallo inviando a un giornale una cartolina d’informazione con un mittente di fantasia? Ci caddero tutti, o meglio tutti abboccarono all’amo dello spregiudicato pescarese. Accesa la curiosità attorno al promettente giovanissimo poeta e soprattutto ai suoi versi, pubblicati a spese del padre, smentì la notizia (se fosse davvero morto non avrebbe ovviamente potuto farlo) e cavalcò l’onda di un successo che non l’avrebbe più abbandonato fino all’ultimo dei suoi giorni, il I marzo 1938, stroncato da un’emorragia cerebrale al tavolo di lavoro.

 

Era già nel mito dopo esser entrato dalla porta principale della storia e della cultura. Una vita era poca per lui. Ne sovrappose tante altre, ma non nel metaverso, se non della dimensione artistica. Non ebbe niente di virtuale, ma fu carnale in ogni sfumatura: non si precluse alcun piacere, non si pose limiti a nulla, spostò in continuazione al rialzo l’asticella delle sfide: citius, altius, fortius. Da tutti imitato, da nessuno eguagliato, interpretò la propria esistenza come un romanzo e la elevò a opera d’arte.

 

Creativo in maniera bulimica, dominò i salotti romani, provinciale alla conquista della capitale, invidiato dagli uomini e conteso dalle donne. Seduttore seriale, modello di un savoir vivre senza precursori e senza epigoni, disegnò gli itinerari di come le cose andassero fatte, a volte spiegando pure il perché, comunque sempre alieno dai rassicuranti binari del visto e del risaputo. Irresistibile senza essere un Adone, piccolo di statura fisica e grande di statura artistica e sociale, più personaggio che persona, d’Annunzio potevi e puoi odiarlo o amarlo; l’indifferenza non gli appartiene neppure di riflesso.

 

Se guardiamo l’unico filmato con l’audio di Gabriele d’Annunzio, ormai vecchio, risulta impossibile comprendere come quest’uomo abbia potuto influenzare così in profondità la letteratura, la società, la storia, l’utile e il voluttuario. Ha una vocetta chioccia, è calvo a causa di una ferita alla testa rimediata in uno dei suoi tanti duelli, i denti sono guasti, il fisico cadente viene sorretto dal rigore di un’uniforme. Non è solo lo stigma impietoso dell’età, è il mito che si rivela nelle fragilità del tempo, è il contrappasso verso chi ebbe tutti ai suoi piedi in adorazione.

 

L’esteta inossidabile, il seduttore di donne e di folle, il conquistatore dei talami e delle piazze, davanti alla telecamera al Vittoriale degli italiani rivela una fragilità quasi anonima che stona con quello che è stato e ha rappresentato. Di una sola donna si ricorda il “gran rifiuto” alle profferte esplicite dell’Imaginifico, Tamara de Lempicka, e nessun’altra.

 

Il Poeta soldato è stato tutto e il contrario di tutto, maestro solo di se stesso, esagerato e indifferente al mondo che non doveva interpretare perché lo seguiva. Con “le radiose giornate di maggio” del 1915 e l’arroventato discorso di Quarto, dove inventò l’immagine del “Re assente ma presente”, spinse l’Italia in guerra per recuperare le terre irredente, altra sua creazione linguistica. Nel 1919 conquistò la città di Fiume e per la prima volta nella storia un poeta era capo di Stato. In guerra contro gli austriaci aveva già firmato nel 1918 le grandi imprese della Beffa di Buccari e del Volo su Vienna, roba da eroi omerici altro che wargames o simulazioni di battaglie con la potenza di calcolo di ram e chip.

 

Altro che pandori colorati, lui diede il nome a una creazione dolciaria dell’amico e concittadino Luigi D’Amico e trasformò il pane rozzo dei contadini abruzzesi nel profumato Parrozzo; un’altra volta se la cavò col guizzo di donare a un dolce l’etichetta di Senzanome. Si fece pagare, e profumatamente, per l’Amaro Montenegro e per l’Amaretto di Saronno, inventò l’Aurum della distilleria Pomilio, volò alto ribattezzando La Rinascente il nuovo corso dei Magazzini Bocconi.

 

Decise lui che l’automobile è femminile, quando esistevano dubbi linguistici e si usavano indifferentemente ambedue i generi, prima degli eccessi paracomici e parapatetici della nostra contemporaneità: "Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza". Oggi per questa frase sarebbe fatto a pezzi dagli eccessi del politicamente corretto e del woke, o forse d’Annunzio avrebbe sminuzzato verbalmente chi avesse osato contestarlo.

 

Una volta che i colleghi deputati lo esortavano a rimanere in aula per assicurare il numero legale, lui che non brillava certo per presenzialismo rispose piccato che non era un numero e uscì platealmente. Anche in questo caso, anticipò la visione dei polli di batteria e di chi sui social conta “amici” immaginari traducendo i “mi piace” ed elencando i follower molti dei quali mai visti.

Il marketing non si chiamava così ma lo padroneggiava da par suo, perché la firma di Gabriele d’Annunzio su un prodotto pesava eccome. E valeva tanto. Guadagnò e sperperò anche i soldi che non aveva, giustificandosi così: “io ho quel che ho donato”. Per lui fanciulle e donne persero la testa e le virtù, miti come Eleonora Duse non riuscirono a farsene una ragione; per lui “La donna è la sola scienza che si può apprendere”.

 

Memento audere semper non fu uno solo della miriade di motti che creò, ma forse l’unico imperativo che si riconobbe. Talmente al di sopra di tutto che quando per ricompensarlo per Fiume annessa all’Italia il Re Vittorio Emanuele lo nominò Principe di Montenevoso, gli replicò che era il minimo che potesse fare. Benito Mussolini l’ammirava e soprattutto lo temeva. Disse del Vate che era come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si copre d’oro. Lo coprì d’oro nell’esilio scintillante e decadente del Vittoriale, sul lago di Garda, purché stesse lontano dalla vita politica che vedeva il giornalista di Predappio in prepotente ascesa. Solo il pescarese avrebbe avuto il potere di un contropotere a Roma, ma stavolta non lanciò nessun appello né ai suoi legionari né agli italiani. Continuò a essere diffidente sul fascismo che riteneva volgare e lontano dal suo mondo, e sul Duce che reputava inferiore a lui, e pure a disprezzare i tedeschi e Adolf Hitler, “l’Attila imbianchino” e “Charlot dei nibelunghi”.

 

Capì tutto quando nessuno capiva niente, ma non influenzò l’opinione pubblica perché non le lanciò né messaggi né appelli. Tipico di chi si pone, e forse è davvero, al di sopra degli altri, per la forza della mente e per la proiezione nel futuro. Diceva di sé: “sono capace di tutto”, ed era vero. Lusso, ostentazione, privilegio, estetica, che gli influencer contemporanei spandono sulle pagine web e sui social, impallidiscono rispetto al concetto dannunziano di vita inimitabile. Era testimonial di se stesso mentre diventava il monumento di se stesso. Archiviò la parola pompiere forgiando quella di vigile del fuoco, fece dell’aereo un velivolo, inventò la folla oceanica e persino i beni culturali. Pure lo scudetto del calcio è una sua invenzione. Solo lui riuscì a plasmare le parole in onomatopee che trasfiguravano i versi in immagini, come ne “La pioggia nel pineto”; solo lui riuscì a spacciare per napoletana quella che oggi è la più celebre romanza da salotto, “’a vucchella”, dell’amico e corregionale Francesco Paolo Tosti, quindi al 100% made in Abruzzo, punto d’incontro del Poeta per eccellenza e del musicista della Corte britannica.

 

Eroico ed erotico, ridondante nelle esagerazioni, creativo al punto di definirsi iI maginifico, ha tracciato una strada maestra comunicativa che con la tecnologia si è dispersa in rivoletti e stradicciole improvvisate, senza sostrato culturale e senza conoscenza del mondo e di quel grande universo che sono l’uomo e la donna. Si fa presto, oggi, a dire influencer. 

 

 

 

 

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