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20 ottobre 2023
di Lidia Lombardi

"La Storia" alla Festa del Cinema

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Un arduo cimento quello affrontato da Francesca Archibugi. La regia de “La Storia”, la serie tv in otto puntate che andrà in onda nei primi mesi del 2024. È la scommessa televisiva più importante della stagione, prodotta da Picomedia con la francese Thalie Immages, in collaborazione con Rai Fiction. Ed è tratta dall’omonimo romanzo di Elsa Morante, uscito per Einaudi nel 1974, best seller mondiale, il titolo più famoso della scrittrice già Premio Strega con “L’isola di Arturo”. Di più, deve inevitabilmente confrontarsi con un altro film tv, del 1986, diretto da Luigi Comencini, protagonista Claudia Cardinale.

Di più, la trama potente, lo squarcio appassionato di ardore civile, l’affresco storico degli anni più tragici del secolo breve sono elementi da sviluppare con sensibilità e rigore. “Un impegno terrificante e bellissimo”, dice la regista. Le prime due puntate sono passate oggi alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle, e hanno appassionato il pubblico della Prémiere, assiepato ai lati del tappeto rosso per applaudire il cast: che riunisce attori amati e popolari. A cominciare dalla protagonista, Jasmine Trinca, affiancata da Elio Gemano, Asia Argento e da Valerio Mastandrea e Romana Maggiora Vergano, che abbiamo visto nel film di apertura della kermesse, “C’è ancora domani”.

Lì il plot si sviluppa a Roma in quel 1946 segnato dal referendum monarchia-repubblica. Nel film-tv di Archibugi l’avvio è il 1940, con l’annuncio spiazzante, alla radio, delle prime discriminazioni razziali, a partire dal censimento degli ebrei, “come se fossero bestie”. Un provvedimento che terrorizza Ida Ramundo, trentasettenne maestra rimasta vedova che vive a San Lorenzo con Nino, il figlio adolescente. La madre, infatti, mentalmente instabile, le invia una lettera nella quale le rivela di essere ebrea, ma di averla battezzata, proprio per tutelarla da eventuali discriminazioni. Poi l’anziana tenta di scappare, ma il suo corpo viene ritrovato su una spiaggia.

Scorre la vita, e ruota attorno a una piazza, dove s’aprono le botteghe dei verdurai, della merciaia, fino all’osteria di Remo, una sorta di capo quartiere, rispettato e schietto, l’unico che abbia una certa autorità su Nino, baldanzoso e infatuato della retorica fascista, dei sogni di potenza propalati dal Duce. Ida tiene stretto il suo segreto, a scuola bada a insegnare l’italiano ai ragazzini scrollando loro di dosso le frasi fatte del fascismo (all’alunno che ripete a pappagallo “Abbiamo consegnato la dichiarazione di guerra nelle mani dell’Inghilterra” replica “l’Inghilterra non ha mani), a casa l’irruenza scapestrata del figlio. Ma la macchina del destino procede. A Roma già girano soldati tedeschi, ragazzi pronti per il fronte, come gli italiani. Uno di loro, biondo, schiacciato dalla nostalgia della propria casa, si ubriaca all’osteria di Remo, vede Ida tornare a casa, la segue, le mostra la foto della madre, poi la violenta, s’addormenta carezzandola e  a notte fonda se ne va.

Dopo lo sgomento, l’angoscia e la vergogna, Ida si accorge di essere incinta. Mentre Nino trascorre l’estate in campeggio, con gli amici che non aspettano altro che diventare camerati, dà alla luce in segreto, nella casa di una levatrice, un bambino prematuro, piccolo e quieto, con gli stessi occhioni azzurri del padre, quel soldato ragazzino ormai  morto in Africa. Quando Nino torna a casa e scopre Giuseppe, il fratellino, lo accetta di slancio. Lo chiama Useppe, lo mostra fiero ai suoi amici, gli affianca Bliz, un cane. Appena compiuti i diciassette anni, lascia la scuola e parte soldato, per difendere la patria e il Duce. Useppe ha due anni, lo adora, soffre il distacco. E diventerà una maschera coperta di polvere, come la madre, quando – è il luglio del ’43 – viene bombardato San Lorenzo. Sono vivi ma piazza degli Equi è diventata uno sterrato di dolore, i morti allineati da una parte, i feriti aiutati da chi l’ha scampata, come Remo, che non ha fatto in tempo a radunare i vicini nel suo rifugio sotterraneo.

Fin qui la proiezione alla Festa del Cinema. Nelle altre sei puntate si seguiranno le vicende di Ida e Useppe, prima sfollati a Pietralata dopo la distruzione della casa a San Lorenzo, poi nei mesi della resistenza alla quale aderisce Nino, deluso dal Fascismo. Ma la serie – sceneggiata oltre che da Archibugi, da Francesco Piccolo, Ilaria Macchia e Giulia Calenda – non avrà l’epilogo più tragico del romanzo della Morante, né del film di Comencini, pure girato per la tv ma del quale è circolata una versione ridotta di 135 minuti destinata al grande schermo.

Archibugi ha confezionato un’opera giusta per il pubblico televisivo, capace di suscitare emozioni. La dilatazione del tempo narrativo tipica della serie le permette di indugiare sul carattere dei protagonisti. Ida subisce la Storia, il suo è un antifascismo timido, a differenza del fascismo scapestrato del figlio. Il suo nocciolo è il sentimento materno. Tutta la sequenza del parto di Useppe è giocata – grazie ai primissimi piani - nella dolcezza del legame tra la maestra sola al mondo e il piccino che le si attacca al seno, aiutato dalla pazienza esperta della levatrice, temporanea “madre” della puerpera impaurita. E, pur con qualche “licenza” cinematografica (via degli Equi trasformata in piazza, un 19 luglio ’43 – il giorno del bombardamento - che non sembra estate negli abiti degli attori) l’affresco della Roma in guerra è avvincente, la ricostruzione di interni ed esterni puntuale e senza risparmio di mezzi (la serie è costata 17 milioni di euro), valorizzata dalla fotografia dalle tinte ora livide ora ambrate di Luca Bigazzi. Disturba l’uso eccessivo della colonna sonora, ma è un “tributo” da pagare alla destinazione per il piccolo schermo, dove la ridondanza è ritenuta un modo (sbagliato) di catturare l’attenzione degli spettatori.

Jasmine Trinca dosa bene sguardi ora impauriti ora teneri. Valerio Mastandrea, l’oste antifascista, è un romano verace e nobile d’animo, il contrario dell’altro popolano, violento e tronfio, che ha interpretato accanto a Paola Cortellesi in “C’è sempre domani”. L’esordiente Francesco Zenga, Nino, ha il cipiglio e la irruenza di un giovane che vuole pigliare quello che immagina il meglio della vita.

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