Stefano Castella&nbsp;<br />
21 settembre 2023,
di Lidia Lombardi

Roma riscopre la Domus Tiberiana

Stefano Castella&nbsp;<br />

Al tramonto dell’ultimo giorno d’estate Roma ha conquistato un’altra iconica visione: si sono illuminate come d’incanto arcate possenti, tre ordini sovrapposti, quinta colossale del colle Palatino affacciata sul Foro Romano. Ad applaudire il ministro per i Beni Culturali Gennaro Sangiuliano (aveva appena deliberato l’istituzione di un biglietto nominale per i visitatori per evitare i duplicati  opera dei bagarini), la direttrice del Parco Archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, la presidente di Acea, Barbara Marinali. E una platea di archeologi, architetti, giornalisti (tra loro Bruno Vespa e Virman Cusenza) radunati nella valle del Foro.

Ma, da oggi, si uniscono l’intera Capitale e il mondo: i cittadini e i turisti che affollano quotidianamente il Parco, i romani che in autobus e a piedi percorrono via dei Fori Imperiali, dal quale il monumento di secolari laterizi si vede bene. E’, quella che Roma saluta, la riapertura della cosiddetta Domus Tiberiana, il palazzo imperiale attribuito a Tiberio. Era inibito al pubblico dal 1970, a causa di minacce di crolli.

Come dire, ha riflettuto Alfonsina Russo, che due generazioni non hanno finora potuto conoscerlo. E invece ora - dopo lunghi lavori di consolidamento, di studio, di recupero di oggetti, di contestualizzazione – torna ad essere patrimonio di tutti, messi in condizione di penetrare in un’altra fetta, quattro ettari, di resti antichi.

E’, quella che Roma saluta, la riapertura della cosiddetta Domus Tiberiana, il palazzo imperiale attribuito a Tiberio. Era inibito al pubblico dal 1970, a causa di minacce di crolli

Significa che adesso il Foro si ricongiunge al Palatino attraverso la stessa, risanata rampa che percorrevano gli imperatori e la brulicante folla della Caput Mundi. Significa camminare su strati di epoche, da Santa Maria Antiqua, a valle, (VI secolo, uno dei più antichi luoghi di culto dedicati alla Madonna) fino ai rinascimentali Horti Farnesiani, in cima al Palatino, dal quale discende la parola “palazzo” perché appunto  sede dei palazzi imperiali.

La Domus Tiberiana è paradigma delle trasformazioni nei secoli. A partire dal suo nome, frutto di un’inesattezza, seppur tramandata dalle fonti letterarie, ingannate probabilmente dal fatto che in questo luogo abitava il padre di Tiberio, Tiberio Claudio Nerone. Ma non fu il figlio princeps a realizzare la grande reggia a forma di cubo. Piuttosto fu Nerone a volerla edificare, dopo l’incendio del 64 dopo Cristo, come una propaggine della Domus Aurea e quando esisteva un lago al posto del Colosseo.

Modifiche e aggiunte apportarono Domiziano e Adriano, con sostruzioni, ponti, locali termali. Sicché la Domus, il primo palazzo del Palatino, divenne una sorta di cittadella, attraversata da una via tecta, ovvero coperta, appunto il clivo della Vittoria che da oggi possiamo di nuovo percorrere, acquistando un biglietto del Parco.

L’ascesa dell’altura conduceva ai giardini imperiali. Una delizia che, dopo l’abbandono del Medioevo, i guasti dovuti a scosse sismiche del IX secolo, fu ripresa nel Cinquecento dai nobili Farnese, che qui impiantarono i loro Horti. Un nuovo proprietario fu, nell’Ottocento, Napoleone III. Il quale diede incarico a Pietro Rosa di effettuare ricognizioni archeologiche: dal 1861 al 1865 si scava fino a quindici metri di profondità, minacciando la stabilità del terreno.

A inizio Novecento un altro studioso, Giacomo Boni, effettua sondaggi nel terreno, indebolendo ulteriormente le tenuta del pendio. Così nell’agosto del 1970 strumenti inseriti negli archi delle sostruzioni rilevano movimenti nel sottosuolo e si decide la chiusura del sito.

La moderna tecnologia ingegneristica e archeologica ha potuto restituirci la reggia. Il percorso di visita, nelle viscere del palazzo, oltrepassando le poderose arcate del quartiere dei servizi, è incastonato nelle sostruzioni cave del fronte nord. Sette sale  – una mostra permanente intitolata “Imago imperii” a cura di Alfonsina Russo, Maria Grazia Filetici, Martina Almonte e Fulvio Coletti, con l’organizzazione di Electa – espongono reperti venuti alla luce negli ultimi trent’anni, molti dei quali usciti dai depositi per una collocazione contestualizzata. Ci sono oggetti risalenti all’epoca repubblicana: frammenti di terracotta usciti da un’officina di origine greca, sculture legate al ciclo apollineo. Ecco, d’epoca imperiale, pesi per un telaio, decorazioni parietali (tra cui Gorgone, Dioniso, Arianna), gocciolatoi a forme di maschere teatrali o di musi di cane.

Campeggia il corpo di una tigre in alabastro fiorito, accanto piccole sculture danno conto di culti misterici, come lucerne votive per Mitra o il timpano di marmo da un tempietto dedicato a Iside. Ancora, frutto del fulgore domizianeo, in quelli che erano atelier di scultori, pezzi di capitelli dalle profonde scanalature, per accentuare i giochi d’ombra e creare lo “stupor” di chi guarda; strumenti per l’intaglio del marmo; un pavimento a mosaico bianco e nero; una bianca ala probabilmente da una coppia di Nike.

Tesori conservati in teche, mentre i vetri a chiusura delle arcate permettono allo sguardo, insieme alle terrazze, di spaziare nel Foro, dall’Arco di Settimio Severo alla Basilica di Massenzio, dalle tre colonne del tempio dei Dioscuri ai resti della Basilica Iulia, alla basilica dei Santi Cosma e Damiano…

Ritrovamenti e ricongiunzioni. S’apre lungo la via tecta un ballatoio chiamato il Ponte di Caligola, fiero di un tratto di balaustra con il tipico intreccio imperiale. Affreschi lo decorano, come pure nella cosiddetta “latrina del gladiatore” di età neroniana. In una nicchia, la statua del dio Pan, la cui testa, dice Alfonsina  Russo “lavorata durante il XVI secolo e riutilizzata negli Horti Palatini dei Farnese, poi trafugata nel XX secolo ci è stata recentemente restituita dagli Stati Uniti, grazie a una complessa ed esemplare indagine effettuata dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”.

Tanto splendore si giova, al calar del sole, della illuminazione interna ed esterna realizzata da Acea. “La luce sposa la bellezza”, rilancia Barbara Marinali. E spiega l’innovativa tecnologia messa in opera da Acea con soluzioni che garantiscono il massimo risparmio energetico: per la prima volta viene utilizzata la “Iuce dinamica” che, grazie a variazioni di colore e intensità, offre allo spettatore uno scenario inedito in cui la luce diventa strumento di narrazione del luogo e della sua storia, distinguendo tra le parti architettoniche e quelle “vissute”. Un dialogo con la città che si prolunga per tutta la notte. L’impero romano è anche un faro in certe oscurità del presente.

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