immagine
1 febbraio 2026,
di Lidia Lombardi

"Franco Battiato. Un’altra vita"

Un grande pannello proietta lo stesso panorama in due momenti della giornata: il cornicione di una terrazza delimita dall’alto la distesa del mare sullo sfondo di una cittadina. È la vista che Franco Battiato aveva da Villa Grazia, la sua ultima dimora a Milo, alle falde dell’Etna. “Meditazione all’alba e al tramonto” avverte la didascalia. È sposto – tra una serie di documenti, immagini, libri, dipinti, cimeli, filmati, memorabilia – nella mostra-evento che si apre al MAXXI di Roma e che rimarrà allestita fino al 26 aprile. Si intitola “Franco Battiato. Un’altra vita”, a dire della inesausta vitalità del cantautore, pittore, regista, uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana contemporanea. Un omaggio a cinque anni dalla precoce scomparsa di Battiato, che fa riecheggiare la sua voce insieme con un film nelle sale cinematografiche dal 2 al 4 febbraio con il titolo “Un lungo viaggio”.

Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, organizzata da C.O.R. di Alessandro Nicosia, la rassegna è curata da Giorgio Calcara e da Grazia Cristina Battiato, la nipote dell’artista. La quale ha la voce incrinata quando, alla vernice dell’esposizione, ricorda lo zio: “Generoso, pieno d’amore verso gli altri, lo sguardo puro come quello di un bambino nel corpo di un adulto. Non mi ha mai voluto dare insegnamenti, detestava essere chiamato Maestro. Era capace di una grande normalità unita a una profonda spiritualità”. La linea orizzontale e quella verticale, come in un suo testo del 2009, “Inneres Auge”. “Era allegro, non credete fosse serioso – racconta ancora Cristina Battiato, che fa l’avvocato e vive a Milano, madre di tre figli – Gli piaceva l’arte della tavola, anche se mangiava come un uccellino. Accoglieva gli amici a cena e ogni serata doveva concludersi guardando un film, scelto facendo zapping”.

Gli oggetti di Battiato, nella mostra. I dischi, le locandine, i manifesti (uno, del 1981, reclamizza un “Grande veglione di Capodanno” del 1981, con “Franco Battiato e i Gufi nel Teatro Tenda di Lampugnano”). Ma anche i sintetizzatori, ovvero l’approdo alla musica elettronica della quale Battiato fu – erano gli anni Settanta – un pioniere, ispirandosi a John Cage e a Stockhausen. Un paravento, i suoi tappeti portati dall’Oriente, dal quale fu folgorato in una delle sue sette vite.

Già, sette approdi della sua instancabile curiosità e della sua continua ricerca. E sette sono le sezioni della mostra. Ecco l’inizio, gli anni Sessanta, quando Battiato lascia la Sicilia e si trasferisce a Milano, smilzo, i grandi occhiali, le foto in posa davanti alla mitica Galleria, o negli studi fonici per le prime registrazioni, sostenuto da Giorgio Gaber e consigliato a sostituire il nome Franco con quello di nascita, Francesco, con il quale incise i primi 45 giri.

Poi appunto il passaggio dall’acustica alla elettronica, nel decennio successivo, con gli album “Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries”. Gli anni Ottanta segnano il successo pop, diventa un’icona di massa senza rinunciare alla profondità dei testi, alla originalità della musica. “La voce del padrone” è il primo LP italiano a superare il milione di copie vendute. E’ il momento di “Centro di gravità permanente”, “Voglio vederti danzare”, “Bandiera bianca”, “Up patriots to Arms”, “No Time no Space”. Cinque hits che rivivono in altrettante videoclip originali proiettate all’interno di un ottagono, cuore pulsante dell’allestimento (“ricorda la scala musicale”, spiega Calcara) dove sono sistemate undici casse, ciascuna capace di rimandare una traccia musicale col sistema Dolby Atmos. Lo spettatore ha la sensazione di trovarsi al centro dell’orchestra e la voce di Battiato è vicina come in un sussurro.

Dal pop raffinato  all’Oriente, all’interesse per le filosofie dell’Est, per l’esoterismo e il sufismo ed è il momento di canzoni mistiche e delle grandi opere colte come “Genesi” o “Gilgamesch”. Ancora, la filosofia, il sodalizio ventennale con Manlio Sgalambro, ed escono dalla collaborazione pagine dense. L’uomo Battiato si consolida figura morale, rigoroso e ironico insieme. Lascia Milano, torna in Sicilia, a Milo, nella casa alla quale dà il nome della madre, Grazia. Medita, legge, dipinge: in cornici dorate – irradiazione di luce - i suoi dipinti, tutti entrati nella collezione della nipote: sullo sfondo oro sono dervisci che danzano, barbuti sufi, primi piani di arabi. Un autoritratto di spalle, accanto a un cavalletto e al paravento portato in mostra. Un pappagallo e uno sparviero, i ritratti di Sgalambro e di Giuni Russo, da lui lanciata insieme con Milva e Alice, che con il suo “Per Elisa” vinse il Festival di Sanremo nel 1981.

Negli  ultimi decenni spazia nel cinema: film come “Perduto amor” e “Musikanten”, documentari, colonne sonore: un coacervo di prove definite tout court da Elisabetta Sgarbi “il cinema di Franco Battiato, che ne reca inconfondibile l’impronta”. La sua figura, la sua voce, il pensiero, tutto rimbalza dalla rassegna. Ed emozionano le immagini del suo Concerto di Bagdad, iniziativa umanitaria del 1992 . Barba lunga, seduto su un tappeto persiano, canta in italiano e arabo i brani iconici del suo repertorio.

 

 

 

Seguici su